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Draghi, rabbia leghista e capriole grilline: il premier è preso tra due fuochi

Mercoledì 6 Luglio 2022 di Andrea Bulleri
Draghi, rabbia leghista e capriole grilline: il premier è preso tra due fuochi

Chi nelle scorse ore ha parlato con Mario Draghi non lo descrive per nulla «irritato». Ma un certo fastidio dev'essere arrivato fino ad Ankara, perché non è la prima volta che durante un vertice internazionale stavolta con il presidente turco Erdogan tocca al premier vestire i panni del mediatore. E sbrogliare le beghe interne alla sua maggioranza. Era già successo a Madrid, al summit della Nato, con il premier in Spagna a discutere di sicurezza internazionale e il M5S sul punto di minacciare la crisi per via del presunto complotto per far fuori Giuseppe Conte. Stavolta però è diverso. Perché oltre alle lamentele dei Cinquestelle, decisi a portare a casa un riconoscimento alle proprie istanze sul dl Aiuti (dal superbonus al reddito di cittadinanza), a Draghi hanno fatto sentire la propria voce anche gli altri partner di maggioranza. La Lega, prima tra tutti, che già deve fare i conti al proprio interno con una fronda sempre più numerosa di dubbiosi sulla linea della responsabilità nazionale.

Il messaggio recapitato in Turchia è arrivato forte e chiaro. «Se si riapre la discussione sul dl Aiuti, se si toglie la fiducia dal testo approvato in commissione dopo una trattativa estenuante, allora anche noi ci sentiremo liberi di proporre modifiche sulle questioni che ci stanno a cuore». E ancora una volta, è toccato a Draghi cercare di ricomporre lo strappo.
Eccolo, il rischio che si è parato di fronte all'esecutivo. Quello del Vietnam parlamentare. Una valanga di emendamenti che avrebbero costretto a riaprire la discussione e le trattative sul decreto. Una strada che più accidentata sarebbe stata difficile da immaginare. Già Fratelli d'Italia in mattinata aveva annunciato di essere pronta all'ostruzionismo, in caso di riapertura della discussione. «Con un provvedimento così, se vuoi fare casino in parlamento puoi andare avanti per 20 giorni», ragionava a metà pomeriggio l'ex pentastellato Sergio Battelli, passato al gruppo di Luigi Di Maio.
Figurarsi se, con questo scenario, si fosse messa di traverso pure la Lega. Ecco perché alla fine la linea scelta è stata quella di un'ulteriore pausa di riflessione. Un ultimo spazio per un accordo. «Massima disponibilità per elaborare un compromesso», ripetono da Palazzo Chigi. Dove la linea fin dall'inizio è quella di «tendere una mano» ai Cinquestelle, avvicinarsi alle loro richieste.

LA QUADRA

L'accordo dovranno raggiungerlo i partiti, con le discussioni che ieri, dopo il rinvio del voto, sono andate avanti per tutta la notte. Ma la quadra, alla fine, andrà trovata. Su questo dall'esecutivo sono stati chiari: ascoltiamo tutti, ma tempo da perdere non ce n'è. Entro domani, venerdì al massimo, il testo dev'essere licenziato da Montecitorio, per approdare la settimana prossima al Senato. «Altrimenti 20 miliardi rischiano di andare in fumo». La deadline segnata sul calendario è tra meno di dieci giorni, il 15 luglio. In caso di sforamenti, addio a quella boccata d'ossigeno per l'economia offerta dal decreto. Un provvedimento che stanzia fondi a favore di cittadini e imprese, alle prese con l'impennata dell'inflazione e gli effetti della crisi. Problemi troppo dirimenti a cui far fronte, come il caro bollette e il fisco (sui quali, peraltro, il premier ha annunciato che incontrerà i sindacati il 12 luglio). Mandare tutto a rotoli per i distinguo nei partiti di governo non è un'opzione.
Ecco perché quella della mediazione, alla fine, per Mario Draghi è l'unica strada. Un'apertura ai Cinquestelle, che minacciano di far saltare il banco sul tema del superbonus. «Cerchiamo di rivedere quel punto», concede il premier, che per tutto il giorno incastra gli impegni ad Ankara con il «contatto costante» con Roma, secondo quanto raccontano fonti di maggioranza. Dall'altra parte, però, la fiducia sull'intero pacchetto Aiuti (termovalorizzatore di Roma compreso) non è più negoziabile. Altrimenti a sfilarsi potrebbero essere i leghisti, furiosi per i molti riguardi di Palazzo Chigi nei confronti dei pentastellati. Il tempo stringe, per una partita che si credeva già chiusa in commissione e che invece ha costretto di nuovo i più alti livelli del governo a rimettersi in ballo. E dire che tutto era cominciato sotto i migliori auspici, con l'ipotesi di togliere la fiducia per consentire ai partiti di raggiungere l'intesa. L'accordo, per qualche ora, era sembrato a portata di mano. Finché gli animi si sono surriscaldati. E in campo è dovuto scendere ancora una volta lui, Mario Draghi. Il grande mediatore.
 

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