Debacle Abruzzo, Di Maio tace ma è alta tensione nel M5S: Salvini ci usa

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Debacle Abruzzo, Di Maio tace ma è alta tensione nel M5S: Salvini ci usa
Il silenzio di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista e la «rivolta» degli ortodossi. Il day after della debacle in Abruzzo del M5S ricorda i «giorni più bui» della storia recente del Movimento. Segnati, spesso, dalla chiusura totale dei vertici a qualsiasi esternazione e dall'esplodere del malcontento interno. E la sconfitta di Sara Marcozzi, come era prevedibile, accende i malumori di chi, da mesi, contesta al capo politico una linea eccessivamente filo-leghista. «Dobbiamo tornare come eravamo ed essere meno verticistici, non siamo pigiabottoni», è lo sfogo, via facebook, con cui Andrea Colletti riassume le istanze della fronda pentastellata. Di Maio per l'intera giornata fa perdere le tracce di sé. Il vicepremier ha assistito alla notte elettorale da Milano ed è probabile che, alla luce dei risultati, abbia avuto modo di confrontarsi a lungo con Davide Casaleggio. Di certo Di Maio nelle prossime ore dovrà districarsi tra un Matteo Salvini pronto a chiedere il «conto», in termini di gestione dell'esecutivo, dell'ascesa leghista e un gruppo nutrito di parlamentari che chiede invece un maggiore distacco dalla Lega. Nessuno, in realtà, parla di crisi di governo ma, su alcuni temi come le Autonomie o il voto sul caso Diciotti, da oggi, il rischio di una spaccatura interna è molto più alto. La linea dei vertici è guardare subito alle Europee («miglioriamoci in vista del voto», spiega Sergio Battelli«) motivare la sconfitta con un concetto: il M5S ha spiegato poco e male i provvedimenti fatti al governo, che sono più numerosi di quelli a trazione leghista ma più pubblicizzati. »Abbiamo la «colpa» di star facendo tanto in poco tempo? Ovviamente ci rifletteremo«, scrive su facebook il capogruppo alla Camera Francesco D'Uva. C'è poi un altro dato: alle Regionali il M5S è endemicamente penalizzato dal suo »no« alle alleanze. E c'è chi, questa volta nell'ala più governista, pensa a un parziale cambio di strategia con accordi con poche liste civiche, magari legate ad alcuni temi chiave del Movimento. Ipotesi questa che già in passato era emersa nelle file dei 5 Stelle, salvo essere bocciata da Beppe Grillo e dall'ala dei »puristi«. In tanti, nel Movimento, chiedono un incontro al capo politico. La richiesta formale di un'assemblea non è stata ancora avanzata ma l'impressione è che, da qui ai prossimi giorni, Di Maio sia in qualche modo »costretto« a un serrato confronto interno. E nel mirino degli ortodossi finisce anche la piattaforma Rousseau, »rea« di aver diminuito il dialogo tra i vertici e gli attivisti e consiglieri locali. »Più attenzione al territorio«, è infatti il diktat che emerge dalla base, parlamentare e non, del Movimento, alla luce di un voto che ha visto emigrare i consensi sia verso destra che sinistra. E poi c'è chi contesta il merito della linea di Di Maio. »L'obiettivo di Salvini è usare il M5S e poi gettarlo via«, è l'avvertimento di Giorgio Trizzino, non certo classificabile come esponente ortodosso. Un avvertimento che, in fondo, anche Di Maio ha ben presente. E il suo lungo silenzio (come quello di Beppe Grillo), a tarda sera, non fa che accrescere la preoccupazione nel Movimento.
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Lunedì 11 Febbraio 2019, 21:12






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1 di 1 commenti presenti
2019-02-11 21:28:20
Salvini il giorno dopo le elezioni si era già scordato che se il suo partito è arrivato dov’è arrivato lo deve ai 5 Stelle non agli elettori della Lega,che mi sta ricominciando a puzzare proprio come la vecchia lega di Bossi ed il Trota.