Zaki, ora che succede? La concessione dell'Egitto dopo il muro su Regeni. Ma il processo resta aperto

La prudenza della diplomazia italiana per evitare di innescare ulteriori reazioni del regime

Giovedì 9 Dicembre 2021 di Giuseppe Scarpa
Zaki, ora che succede? La concessione dell'Egitto dopo il muro su Regeni. Ma il processo resta aperto

Per adesso Patrick Zaki non potrà venire in Italia. Il rientro nella città che l'ha adottato, Bologna, è solo rinviato. Anche se occorre prudenza. Le reazioni del regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi sono imprevedibili. Zaki è, infatti, considerato un problema locale. La sua storia va vista nella più ampia condizione dei cristiani Copti in Egitto. Una minoranza costantemente perseguitata, cittadini di serie b rispetto al resto della popolazione musulmana.

LE ACCUSE

La colpa di Zaki, per la locale magistratura, è quella di aver avuto, da cristiano, il coraggio di scrivere articoli a difesa dei cristiani nel 2019. Una lunga ricostruzione in cui il 30enne denunciava una serie di vessazioni patite dai Copti che poi gli è valsa l'arresto, la detenzione lunga 22 mesi con annesse torture. Come scrive in una relazione la Onlus Porte Aperte «nella società egiziana, i cristiani sono considerati cittadini di seconda classe dalla maggioranza islamica. Una minoranza svantaggiata nella sfera politica e nei rapporti con lo Stato. In tale contesto, il Governo è restio a rispettare e fare rispettare i loro diritti». E ancora, si legge sempre sul sito di Porte Aperte, «lo Stato sembra concedere poca attenzione ai diritti umani fondamentali e al pluralismo democratico. Il livello di violenza contro i cristiani rimane estremamente elevato». Una minoranza ampia, di 16 milioni di persone, in una popolazione di 100 milioni.

 

LA POLITICA

Nella visione del regime non deve assolutamente passare il messaggio che la pressione internazionale possa avere contribuito alla scarcerazione del 30enne. Sarebbe un segno di debolezza che il Cairo non vuole proiettare al proprio interno. E sebbene le richieste incessanti dell'Italia, con il sostegno degli Usa, siano andate avanti nei 22 mesi di carcerazione, il principale motivo che ha spinto l'Egitto a concedere la liberazione (il processo continuerà) di un suo cittadino è collegato all'assassinio di Giulio Regeni. Lo studente italiano ammazzato dai servizi di sicurezza locali tra gennaio e febbraio del 2016. Il messaggio che il Cairo manda sotto voce a Roma è quella di una sorta di compensazione, una comunicazione cinica. Sull'omicidio Regeni gli egiziani non vogliono che venga fatta giustizia né in Patria né in Italia.
È quindi difficile che dall'altra sponda del Mediterraneo collaborino per la notifica dell'avviso di garanzia dell'inchiesta che il pm Sergio Colaiocco ha condotto dalla Capitale per individuare i responsabili delle torture culminate con l'omicidio di Regeni. E senza la notifica dell'atto della richiesta di rinvio a giudizio, in Italia non si può processare nessuno. Ecco allora che Zaki viene liberato come una concessione rispetto a un muro che il Cairo solleva sul brutale assassinio dello studente di Cambridge.

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IL PROCESSO

È in quest'ottica che negli ambienti di governo italiano si legge la scarcerazione di Zaki. Occorre sempre ricordare che sulla testa del 30enne pende la spada di Damocle del processo. In qualsiasi momento le autorità locali possono ritornare sui loro passi. La Farnesina che ha lavorato a fari spenti lo sa bene. E nessuno, negli ambienti diplomatici, vuole urtare la sensibilità egiziana ben sapendo quale possa essere la reazione. Nessuno vuole che la macchina di repressione inghiottisca lo studente egiziano dell'Università di Bologna come è accaduto allo studente italiano dell'Università di Cambridge.

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