Ambra Angiolini a Verissimo: «Mia figlia Jolanda mi ha salvato dalla bulimia»

Sabato 14 Novembre 2020 di Eva Carducci

«Non ho avuto una nascita professionale definita, per quello mi metto alla prova, e con la scrittura mi sono trovata a mio agio. Mi sono sentita felice e coraggiosa, che è forse il complemento più bello e sferico che si possa fare a una persona». Lo racconta Ambra Angiolini che nel salotto di Verissimo di Silvia Toffanin ha parlato l'esperienza del suo primo libro, "InFame", in cui racconta un momento difficile e fragile della sua vita: «L'infame è la bulimia. Volevo una parola ambivalente, che comprendesse due possibilità, una più crudele, quella della malattia, e poi me stessa, affamata di vita, finita però in un posto troppo giù, dove non riuscivo neanche a gridare».

«Ho sempre pensato che definirla disturbo sminuisse la malattia, perché se ne sa sempre troppo poco e in modo superficiale. Una malattia che può durare anni, che è appartentemente innocua perché riguarda il cibo, e non una droga. Avevo quindici anni, non ricordo l'età esatta, non ero maggiorenne. Nell'ultimo anno avevo iniziato anche Non è la Rai. Il libro è un autofiction, chiunque vorrà potrà ritrovarsi in questa storia. Ero consapevole che sarei diventata così, il desiderio e la voglia di amare tantissimo, qualcuno, qualcosa, te stessa, ti porta a tutto questo» si confida a cuore aperto, tormentandosi le mani nel non apparente sforzo di mettere a nudo una parte sensibile della propria anima: «Io mangiavo e basta, era il mio modo di sfogare tutta una serie di incapacità di chiedere aiuto in un altro modo. Ho sempre cercato ti far male a me stessa, e non agli altri. I genitori che racconto nel libro sono un po' i miei, un po' quelli di chi ha vissuto la stessa malattia. I miei genitori ci hanno provato, sempre, anche con tentativi inadeguati e buffi, mi rivedo anche io da madre in lei, in quelle scelte. Mio padre lo ha fatto in silenzio, e in quel silenzio c'era il gran casino che condividiamo. Lui era lì, e il suo silenzio era per me un attestato di stima, sapeva che ce l'avrei fatta».

«Lo dico proprio direttamente, il pregio del libro è non cercare metafore. C'è imbarazzo nel parlare di certe dinamiche, ma vanno affrontate secondo me. In bagno mia madre mi mise un biglietto altezza vomito, e mi rendevo conto di quello che mi lasciava scritto, che mi voleva bene comunque, in qualsiasi modo stessi decidendo di portare avanti la mia vita. In quell'occasione forse lo comprendevo meno, e i sensi di colpa hanno fatto spesso la spesa per affrontare quei messaggi, ma adesso da mamma lo capisco» continua con calma Ambra a raccontare la sua storia: «Il tipo d'amore che cercavo era intimo, non era esterno, talmente intimo da non poterlo coglierlo con lucidità. Non ho mai trovato la parola per definirlo, è una risposta alle domande però. E quando ho trovato quella risposta tutto è guarito».

«In quel periodo in cui non amavo me stessa preferivo sempre il gelato all'amore di un ragazzo. Qualcuno mi avrà desiderata, difficile definire l'amore a quella età, ma io preferivo la spesa, non davo modo di superare quella barriera. Il corteggimento mi metteva in crisi, e questa cosa creava danni. Cercavo sempre di tenere il freno tirato. Avevo più corteggiatori perché li respingevo» racconta Ambra di quegli anni: «Momenti di grande felicità e disperazione totale. Mi faceva stare male la sensazione di saper gestire le cose, ma non riesci mai a gestirla. Lì arriva la paura, fino al lieto fine, che purtroppo non arriva per tutti. Sono stata fortunata, sono positiva e questo mi ha aiutato, fino a quando non è arrivata mia figlia, Jolanda, che mi ha salvato dalla bulimia». 

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