«Teniamoci l'Europa, è preziosa»

Domenica 25 Agosto 2019
L'INTERVISTA
«Ciò che farà la natura sarà comunque il meglio. Quando ho subito il fascismo, i lager e tutto il resto non avevo mai preso in considerazione la possibilità di arrivare a cent'anni. Figuriamoci a 106». Ci scherza sopra Boris Pahor, lo scrittore sloveno di Trieste che domani compirà il sesto anno dopo il secolo e che sarà celebrato in tale giornata sia a Lubiana, con un evento alle 11 alla celebre libreria Konsorcijum, che nella sua città alle 18.30 in piazza Oberdan, proprio di fronte al Palazzo del Consiglio regionale ma soprattutto sotto il monumento di Marcello Mascherini che onora i martiri della Risiera di San Sabba. Lo troviamo nella sua casa che guarda a picco sul mare sotto il costone carsico di Trieste. Misura le parole affinando i ricordi, ricorre spesso all'ironia, ma la lucidità non lo tradisce. Lui, nato nel 1913 mentre l'arciduca Francesco Ferdinando, poi ucciso a Sarajevo, inaugurava la corazzata Viribus Unitis, lui al quale il Novecento ha risparmiato poco o nulla ma che da ultimo, tardivamente, gli ha riconosciuto una celebrità letteraria di rango senz'altro europeo soprattutto dopo la pubblicazione del romanzo Necropoli, un viaggio autobiografico negli orrori dei Campi.
Professor Pahor, lei è nato suddito di Francesco Giuseppe. Ma si rende conto?
«Certo che sì. Ma sono diventato italiano a cinque anni, nel 18. Italiano di cittadinanza, restando sempre di nazionalità slovena, intendiamoci».
Sloveno mandato in Libia da ufficiale del Regio Esercito.
«Infatti. E in bravura alla fine ho battuto i colleghi ufficiali italiani al liceo classico di Bengasi, dove mi sono diplomato».
Poi l'università e la laurea in letteratura.
«Sì, a Padova. Avrei preferito studiare medicina, ma alla fine occorreva non perdere altri anni dopo quelli dovuti alla guerra e alla prigionia. Così studiai lettere: amavo molto la letteratura francese e avevo per docente Diego Valeri, il famoso poeta. Sostenni due esami con lui, però alla fine il destino fu diverso: mi laureai con una tesi sul poeta sloveno Edvard Kocbek».
Kocbek, esponente di prima grandezza dei cristiano-sociali sloveni, ha un ruolo importante nella sua formazione e nella sua vita. Per esempio nel 1975 pubblicaste insieme un libro di svolta.
«Fu una condanna della persecuzione perpetrata dalla Jugoslavia comunista nei confronti dei domobranci, gli slavi bianchi di estrazione cattolica».
Da qui alla condanna degli eccidi delle Foibe il passo fu breve.
«Sì, condannai anche le Foibe ma avvenne qualche anno dopo».
In ogni caso lei fu il primo fra gli sloveni, in anni non sospetti. Anche lei era uno slavo bianco?
«Non ero propriamente un cristiano-sociale come Kocbek, amavo le sue liriche e il suo coraggio, certamente non fui mai comunista».
In ogni caso quegli scritti le valsero l'ostracismo jugoslavo.
«Eccome: per un anno io e mia moglie Rada (Radoslava Premrl, scomparsa in anni recenti, sorella di un eroe partigiano ucciso dai nazifascisti, ndr) non potemmo più passare il confine e i miei libri furono posti all'indice dal regime».
Qualcuno potrebbe definirla ancora cattolico, ma lei ci ha confidato ancora tempo fa di non sentirsi più vicino alla Chiesa.
«È vero. Della cristianità mi interessa soltanto Gesù Cristo. Non in croce, ma fra i sofferenti con serenità, perdono e tanto amore. Sono questi i valori che sento onesti e giusti».
Però la Chiesa dovrebbe incarnare proprio tali valori.
«Se lo facesse veramente, sarebbe povera fra i poveri, lenirebbe il dolore degli uomini, starebbe sempre e soltanto al servizio di chi soffre».
Veniamo all'attualità politica. Lei è sempre stato un convinto europeista. Oggi i venti contrari soffiano più forti e i difetti dell'aggregazione europea sono evidenti.
«Penso seriamente che la società rischi di andare a remengo e che la storia possa ritornare. Se di una cosa sono per davvero contento è di aver testimoniato gli orrori del Novecento in centinaia di scuole a migliaia di ragazzi».
Il suo libro Necropoli e le numerose altre opere hanno parlato di molte pagine strappate dal libro europeo della storia, a cominciare dalle persecuzioni degli sloveni. Ma se fino a qualche anno fa questi temi erano tabù, adesso sono emersi alle coscienze.
«I giovani italiani, quando racconto la storia dalla parte degli sloveni, rimangono a bocca aperta. Necropoli ha fatto breccia così, raccontando la verità vissuta. Sapete, quando parlo o scrivo comincio sempre dalla libertà per superare l'ignoranza sulle vicende del confine orientale».
Di questa emersione dalle rimozioni storiche le ha dato atto ufficialmente anche il Presidente Giorgio Napolitano, vero?
«Noi non dimentichiamo quello che il fascismo ha fatto agli sloveni. Mi ha scritto queste parole»
E lei cosa gli ha risposto?
«L'ho ringraziato, facendogli però osservare che nella legge istitutiva del Giorno del ricordo su Foibe ed Esodo non si è fatto cenno a quanto fatto dai fascisti agli sloveni. In ogni caso il Presidente, quando ho compiuto cent'anni, mi ha scritto che i miei libri hanno cambiato lo spirito dei rapporti fra italiani e sloveni a Trieste. E questo per me è di fondamentale importanza».
Il destino dell'Europa è dunque incerto?
«L'Europa era e resta preziosa, ma non so se l'Italia vorrà restarci a lungo. E poi mi dispiace molto la linea politica ungherese, mi preoccupa».
Professore, lei è nato nello stesso anno di Albert Camus, che è sempre stato il suo scrittore di riferimento. La lezione di Camus è ancora attuale?
«Più che mai. Mi rivolto dunque sono, uno dei suoi motti: era un socialdemocratico, un po' come me. Ma senza massimalismi: si batteva per i diritti, lo ha fatto per tutta la vita. Anche la mia esistenza è stata votata a questa battaglia».
Maurizio Bait
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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