«Metto in copertina anche la Gioconda»

Giovedì 23 Maggio 2019
L'INTERVISTA
«Ai giovani dico: il talento è una conquista. Per questo mostro loro le foto di merda che facevo da ragazzo». Si fa quasi fatica a credergli. Perchè oggi Giovanni Gastel è il padre nobile della fotografia di moda in Italia. Pur avendo sempre messo in dubbio gli schemi tradizionali della moda. O forse proprio per questo. «Sono un po' sui generis. Mi piacciono i difetti: il mio è un mondo fatto di cultura, poesia, diversità. Non amo la parola pubblicità, la fotografia di moda non è venderti un vestito, è darti un passaporto di appartenenza ad un certo tipo di mondo».
Presidente onorario dell'Associazione Fotografi Italiani Professionisti, Oscar della fotografia nel 2002, studio in Tortona e denso portfolio di celebrities, Giovanni Gastel è cresciuto tra i palchetti della Scala e i set di Luchino Visconti, suo zio, per essere poi fagocitato dalla moda a diciott'anni. Dopo la comparsa dei suoi primi still-life sulla rivista Annabella, nel 1982, inizia a collaborare con Vogue Italia e poi, grazie all'incontro con Flavio Lucchini, direttore di Edimoda, e Gisella Borioli, alle riviste Mondo Uomo e Donna. Oggi sarà a Treviso per parlare di genio e invenzione. «Leonardo ha avuto i Medici e Ludovico il Moro. Io Vogue Italia. Mi ha permesso di fare ricerca ed elaborare il mio stile.
Elegante, ironico, è considerato il gentleman della fotografia. Ma davvero secondo lei la natura non c'entra niente col talento?
«Ne sono certo. Nessuno nasce imparato. Tantomeno io. Per questo dico ai giovani: rilassatevi e studiate, c'è spazio per tutti. E a riprova delle mie affermazioni, mostro le foto che facevo da ragazzo. Sono orrende. Poi, per fortuna, sono migliorato».
E spiegherà questo durante l'incontro con Massimiliano Finazzer Flory su genio e invenzione oggi a Treviso?
«Sì perchè la vita stessa di Leonardo ne è la conferma. Leonardo ha passato la propria vita a sperimentare e studiare. A volte gli è andata buca, a volte ha fatto centro. Ma tutto si può dire del suo genio tranne che fosse un talento naturale».
Quando ha scelto di fare il fotografo di moda?
«Ho iniziato a definire il mio piccolo mondo molto presto. A diciott'anni ho aperto il mio primo studio, avevo scritto un libro di poesie, recitato un po'. Ho iniziato come tutti, fotografando i matrimoni. Poi sono stato reclutato da Vogue Italia e da Donna: la moda italiana aveva bisogno di noi spiriti giovani e un po' indipendenti».
Come fotografo che tipo di bellezza le piace?
«Per me la bellezza è soprattutto eleganza. Non mi piacciono le donne troppo nei canoni, le trovo un po' plastificate».
Si è trovato davanti le donne più belle del pianeta. Quali sono i ritratti più riusciti?
«Mi piace la bellezza italiana, quella un po' particolare. Amo Stefania Rocca, Luisa Ranieri, Monica Bellucci. Poi ci sono le donne icona per carattere e visione. Una per tutti, Mariuccia Mandelli Krizia».
Non si rischia l'indigestione?
«Nell'arte non credo esista questo pericolo se uno è capace di scollegarsi. Per me ad esempio il presente è sempre il primo giorno. Quando finisco un lavoro, resetto, per non andare in overdose».
Torniamo al concetto di Eleganza.
«È la parola che ho eletto a fondamento della mia estetica e anche della mia vita. L'ho sempre intesa come valore morale più che estetico. E' la kalokagathia greca, un codice che è eticamente estetico e influenza positivamente il rapporto col mondo e con le persone».
Instagram e i social. Ossia la morte della fotografia d'autore?
«No è la vera rivoluzione. Oggi si postano 3 miliardi di foto al giorno: è diventato il linguaggio di comunicazione per antonomasia, quello che supera le barriere. Fai una foto e anche se non sai l'inglese il tuo messaggio arriva dall'altra parte del mondo. È un momento strepitoso per la fotografia: ognuno la usa come veicolo per diffondere il proprio messaggio. Poi, è chiaro, esiste la fotografia professionale. Ma mi affascina la fame di fotografia che c'è oggi nel mondo».
Lei usa gli smartphone per fotografare?
«Si, non ho preclusioni. Se voglio comunicare un messaggio diretto e reale arrivo a mettere una foto a bassa definizione persino in copertina».
La Gioconda potrebbe essere quindi una copertina di Vogue ante litteram?
«Senza dubbio. Leonardo aveva capito la forza pubblicitaria delle immagini, e ha dato grandi indicazioni anche al mondo della fotografia. E io la penso come lui: il nostro compito è alludere al mondo reale e costruirne uno parallelo. Che ha le caratteristiche che noi vogliamo attribuirgli».
La sua famiglia ha rami e parentele nel cuore del Veneto e a Venezia. Come vive lei il Nordest?
«Ho lavorato tanto in questa città, ma ho anche fotografato molto nelle ville palladiane. Mi sento un po' a casa a Venezia, i Visconti sono parenti degli Arrivabene e dei Brandolini. Se invece parliamo del Veneto come scenario dico che un certo tipo di Veneto è sublime».
Suo zio è stato molto vicino al mondo della moda. È vero che ha avuto una liaison con Cocò Chanel?
«Luchino era un seduttore. Come molti è partito bisessuale per finire omosessuale. Con Cocò ebbe un flirt, erano molto affini. Ma amò anche la Callas e Romy Schneider. A Romy era legatissimo. Le regalò addirittura un anello della nonna Carla».
Crede di aver subito la sua influenza?
«Sotto il profilo estetico no, ma nel metodo di lavoro si. Luchino incarnava perfettamente lo spirito lombardo di adesione totale ad un progetto. In questo, io sono come lui».
Com'era Luchino Visconti in privato?
«Diverso dall'immagine pubblica che dava di sè. Adorava noi nipoti, eravamo i figli che non aveva avuto. Aveva un rapporto particolare con mio fratello Luchino, che divenne poi suo assistente, ma in generale con noi tutti era uno zio amorevole. Lo ascoltavamo per ore, i suoi racconti ci aprivano mondi. Un paradosso? Era severissimo dal punto di vista morale».
Le ha passato anche la passionaccia per l'opera?
«Quella era una cosa di famiglia: ognuno in una stanza si ascoltava la sua opera. Mio padre nella sua, mia madre pure, e anche mia sorella. Io ormai canto i mix. E ricordo nel 1958, ma ero davvero piccolissimo, alcune generali alla Scala di suoi allestimenti. Macbeth, mi pare».
Suo zio fu uno dei grandi perdenti della Mostra del Cinema di Venezia, rifiutando anche di ritirare il premio della giuria per Rocco e i suoi fratelli nel 1960. Lei ha mai fotografato alla mostra?
«Si negli anni Novanta ho realizzato alcuni ritratti di registi per Vogue. Comunque Venezia gli tributò un riconoscimento post mortem. E in quell'occasione tutti noi nipoti andammo in Laguna».
Elena Filini
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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