I casalesi di Eraclea e quell'«occhio di riguardo» di cui godevano in banca

Martedì 16 Novembre 2021
I casalesi di Eraclea e quell'«occhio di riguardo» di cui godevano in banca

ERACLEA
Fino alle cinque del pomeriggio per raccontare l'udienza di ieri al processo contro i casalesi di Eraclea sarebbe bastata una riga vuota, dal momento che l'aula bunker di Mestre più delle risposte aveva registrato i silenzi dei testimoni. Di scena solo funzionari di banca, esattamente del Monte dei Paschi di Siena, chiamati a raccontare come funzionasse l'accesso al credito bancario della cosca dei camorristi. In particolare, si discuteva della posizione di Denis Poles, difeso dall'avv. Antonio Forza, accusato di aver avuto un occhio di riguardo per il boss Luciano Donadio. Ma fino alle cinque del pomeriggio si erano inanellati solo silenzi e non ricordo e Poles sembrava, semmai, in buona compagnia. Poi, alle cinque, come in una corrida spagnola, arriva la vicedirettrice del Monte dei Paschi, Arianna Zamuner, a raccontare come andavano le cose ai tempi dei casalesi e a risvegliare l'aula bunker stremata da testimoni evidentemente devoti al silenzio bancario.
L'ACCESSO AL CREDITO
La Zamuner ha raccontato, papale papale, che il 10 febbraio 2016 e cioè 10 anni dopo che Donadio era stato condannato per usura, la GSI, una ditta ufficialmente del nipote di Donadio, Antonio Puoti, ma di fatto del boss dei casalesi, aveva presentato una fattura per il valore di 280mila euro di cui chiedeva l'anticipo. Il tutto garantito da un fido di 20 mila euro. Il bello, si fa per dire, è che quella richiesta di anticipo di 280mila euro, secondo la Zamuner non porta la firma di nessuno. Nè di Puoti né di un qualsiasi funzionario di Mps e questo nonostante la banca avesse messo in campo nel 2016 una miriade di direttori e vicedirettori, supervisori e preposti per controllare i clienti di una zona che era stata definita delicata. Così hanno detto Daniele Passerini e soprattutto Lello Orlacchio, mandato a fare il supervisore dei supervisori e messo sull'avviso dal suo diretto superiore, Giorgio Badi, il quale gli disse che doveva «fare molta attenzione perchè Jesolo, Musile e San Donà non erano territori facili» e in particolare, ha spiegato Passerini, si doveva fare attenzione «a quelle 40 posizioni» che facevano riferimento al clan Donadio. E sia l'uno che l'altro hanno ricordato che in banca tutti sapevano.
BANCA DI FIDUCIA
Secondo l'accusa gli uomini di Donadio avevano a disposizione funzionari di banca che elargivano soldi con grande disinvoltura. Tant'è che, ha raccontato Orlacchio, «abbiamo trovato uno scatolone o forse era una cartellina, non mi ricordo, con dentro le fotocopie di movimenti bancari sospetti». Ma poi segnalazioni alla Banca d'Italia non ne sono state fatte. Alla prossima udienza toccherà all'avv. Forza tornare su tutti questi aspetti e il legale promette di spiegare che quei 280mila euro non sono mai stati erogati dal Monte dei Paschi di Siena e che la Zamuner semplicemente si è spiegata male. Ma di sicuro la vicedirettrice del MPS ha detto che Puoti in banca non si è mai visto e andava tranquillamente Donadio al posto suo e nessuno aveva nulla da ridire. E poi ci sono le carte non firmate, le cartelline imboscate che contenevano le operazioni sospette, i mancati controlli, i funzionari avvertiti che era una zona delicata quella del Veneto Orientale, a far capire che la cosca dei casalesi, a differenza dei comuni correntisti, non aveva grossi problemi quando si presentava allo sportello.
Maurizio Dianese
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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