È stato uno degli artefici della protesta dei cosiddetti "forconi"

Martedì 9 Dicembre 2014

È stato uno degli artefici della protesta dei cosiddetti "forconi" iniziata un anno fa, il 9 dicembre del 2013. Oggi, a distanza di un anno, vive a Malta, perché ha scelto di non pagare le tasse in Italia, per una sua personalissima rivolta fiscale, ma non ha mollato la sua idea di rivoluzione. Stefano Guerra, veronese d'origine, a Venezia, soprattutto a Mestre, lo ricordano in tanti. Assieme a lui avvolgiamo il nastro all'indietro.
Come iniziò tutto, quel 9 dicembre del 2013?
«Decisiva fu la riunione di Cerea del 2 novembre quando movimenti già esistenti come Life Veneto, Forconi siciliani, Cobas latte, Nvpp e altre 60 sigle si incontrarono per dar vita a questo movimento nato sui social network. Un tam tam che poi si è tradotto in azione concreta a Mestre pochi giorni prima del 9 dicembre: ci credevamo tutti, c'era entusiasmo. Il 9 dicembre non era di proprietà di nessuno, era semplicemente del popolo e questo dava molto fastidio. E la politica ce la face pagare scatenandoci addosso i centri sociali».
Rifarebbe tutto quello che ha fatto?
«Certo, magari con scelte diverse. La prima quella di non andare a Roma tutti compatti il 18 dicembre. La seconda di scegliere un momento diverso per questo tipo di protesta: il periodo delle feste natalizie ci ha penalizzato molto, a livello di comunicazione».
Eppure avete resistito in molti a Natale e Capodanno nei tendoni dei presìdi.
«Una resistenza lunga e faticosa fatta di blocchi stradali, assalti e contestazioni alle banche, ad Equitalia, simboli e cause della deriva in cui l'Italia sta finendo. Tutto però poi si è sfasciato per un problema tipicamente italiano: tutti volevano essere leader, tutti allenatori della squadra che vince. E si sono scontrate ambizioni assurde, il popolo si è stancato e non ha più seguito la protesta».
Lei è stato anche sfiorato dall'inchiesta che ha portato all'arresto di alcuni militanti.
«Non ne sono stato coinvolto, se così fosse stato me ne sarei vergognato per tutta la vita. Pensare di fare una rivoluzione con un Tanko per me ha dell'assurdo. È stata un'inchiesta creata per screditare una parte del popolo italiano che poteva dare fastidio».
Da qualche mese si è trasferito a Malta, perché?
«Me ne sono andato dall'Italia quando ho capito che tutto quanto era stato fatto non aveva più senso, che l'italiano non era pronto a fare sul serio. Ma non mi sono ancora dato per vinto. Una delle soluzioni per mettere in crisi questo sistema Italia è la "rivolta fiscale" e mi sono detto: me ne vado da qui e non verserò mai più un euro a questo Stato mafioso, io il "pizzo" non lo voglio pagare e non lo pagherò mai. E da qui è nata la scelta di Malta».
In questi giorni si stanno riformando i prèsidi, con scarso successo.
«Con mia grande tristezza, però era inevitabile questo. Rispetto chi è là a protestare ma è tempo perso. Si deve tirare una linea e cancellare tutto. Cosa farei io? Sono e resterò un forcone e continuerei a sposare il gemellaggio con Forza Nuova, un partito che non ha velleità di potere ma che ama il Paese».
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