ARTE
Tra le discipline dell'arte la scultura è sempre stata considerata

Lunedì 17 Dicembre 2018
ARTE
Tra le discipline dell'arte la scultura è sempre stata considerata la più potente, forse perché destinata a rappresentare per sempre le grandi figure della storia. Per la stessa ragione è stato il linguaggio più difficile da rinnovare all'interno dei molti fermenti che pure animavano il mondo dell'arte italiana all'indomani dell'ultimo conflitto mondiale, cioè nella seconda parte degli anni Quaranta.
L'opera plastica di Leoncillo (Spoleto 1915-Roma 1968) appare dunque esemplare per comprendere il processo di rinnovamento dell'arte e della scultura italiana, come si può vedere in questa bella mostra che La Galleria dello Scudo di Verona, a cura di Enrico Mascelloni, dedica allo scultore spoletino. Si tratta infatti di una esposizione (aperta fino al 30 marzo 2019) che allinea una ventina di grandi e scelte sculture in terracotta, spesso colorate, realizzate nella stagione della grande maturità dell'artista, cioè tra il 1958 e il 1968. Le opere esposte documentano peraltro il definitivo abbandono degli accenti naturalistici e perfino figurativi che avevano segnato l'opera precedente di Leoncillo.
Come era evidente, ad esempio, nella prima versione del coloratissimo Monumento alla partigiana veneta conservato nel Museo d'Arte Moderna di Ca' Pesaro a Venezia. Già prima della metà degli anni Cinquanta appare chiaro che la ricerca espressiva dell'artista rivolge la sua attenzione verso riferimenti formali della classicità che, scrive a questo proposito in catalogo Martina Corgnati, stabilisce collegamenti diretti con la statuaria etrusca, greco-romana e medievale. Con una particolare declinazione materica nervosa, convulsa ed agitata, per certi aspetti di derivazione informale, che caratterizza tutta l'opera scultorea di Leoncillo e viene considerata dai maggiori critici del tempo (Longhi, Brandi, Argan etc) la più interessante di quella stagione dell'arte italiana.
LA TERRACOTTA
La scelta della terracotta, sovente con l'apporto del colore, non è casuale per Leoncillo perché questa materia, certamente più docile del bronzo o del marmo, gli permetteva di conferire una sorta di drammaticità naturale alle forme. A volte, come nel caso di Taglio bianco del 1959, intervenendo con una precisa lacerazione perpendicolare della materia; altre volte, come nel San Sebastiano nero del 1962, con la contrastante immissione di una zona interna di materiali dal diverso valore formale. Quello che potremmo definire l'espressionismo astratto di Leoncillo appare del resto chiaramente evidente in Tempo ferito del 1962, anche se l'organizzazione della forma definitiva sembra vagamente alludere ancora ad una figura umana. Come avviene peraltro in Amanti antichi del 1965 che, a detta dello stesso curatore, sembra derivare esplicitamente dall'etrusco Sarcofago degli sposi, probabilmente visto a Villa Giulia. Interessante è allora notare che anche nella scultura, come avveniva nella pittura, la dilacerante dualità figurazione-astrazione configurava una questione non del tutto risolta, come del resto abbiamo potuto vedere, prima dei tagli radicali e definitivi, anche nelle ceramiche di Lucio Fontana. Risulta infine evidente che la ricerca espressiva e formale di Leoncillo, che non a caso all'inizio faceva parte del gruppo del Fronte Nuovo delle Arti di Marchiori, rivela un aspetto tra i più interessanti e significativi circa le vicende dell'arte italiana del secondo dopoguerra.
Enzo Di Martino
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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