L'ultimo saluto a Campeol: «Pilastro della ristorazione»

Mercoledì 3 Novembre 2021
L'ultimo saluto a Campeol: «Pilastro della ristorazione»
L'ADDIO
TREVISO «Ado è stato un prezioso tassello del mosaico della cultura culinaria di Treviso e in paradiso lo vedo seduto alla tavola imbandita». Così don Giorgio, parroco del Duomo di Treviso, nell'omelia del funerale di Ado Campeol che si è tenuto ieri pomeriggio appunto in Cattedrale. Il patron del ristorante Beccherie, scomparso all'età di 93 anni, dopo una vita trascorsa da ragazzo e fino al 2000 nel locale diventato simbolo della città e padre del Tiramesù (poi diventato Tiramisù) ideato nelle cucine di piazza Ancilotto, dietro palazzo dei Trecento, dalla moglie Alba sposata nel 1954.
L'ICONA
Ado è stato l'ultima icona della ristorazione trevigiana della tradizione che ha fatto conoscere Treviso fuori dai confini. I clienti arrivavano da tutto lo stivale per degustare i suoi piatti: dall'oca arrosta con sedano, all'anatra e faraona, dalla pasta e fagioli al carrello dei bolliti e appunto il famoso dolce. Attorno alla famiglia, ai figli Carlo, che ha proseguito l'attività, e Marina, si sono stretti ieri il sindaco di Treviso Mario Conte con il presidente del consiglio comunale Giancarlo Iannicelli, e alla cerimonia non sono mancati gli ultimi ristoratori della vecchia guardia come Luigi Bortolini (Gigetto), Carlo Pasin, Giacomino Benvegnù, Guido Albertini, Sergio Marian, Giovanni Righetto, l'accademico per eccellenza della cucina Italiana Beppo Zoppelli e Paolo Lai, il nuovo corso delle Beccherie rilevate da Carlo Campeol. E ovviamente il Vecio Rugby con Giorgio Fantin, essendo stato, Ado, un giocatore.
L'ARTE DEL SOGNO
«Ado -, ha sottolineato don Giorgio -, ha dato un tono alla ristorazione trevigiana, alla cultura della tavola, del sognare che non è solo mangiare e bere: era l'immagine dell'accoglienza e della convivialità, portando Treviso alla ribalta con i piatti della tradizione e il tiramisù. A lui la ristorazione trevigiana deve essere riconoscente». Il figlio Carlo, nel ringraziare commosso i presenti ha sottolineato: «Mio padre giocava a rugby ed era il pilone della squadra, quel ruolo che non cerca la ribalta, come era nella ristorazione, dove è stato una figura generosa, discreta, che sapeva dire grazie a tutti, che amava sottolineare che è più bello dare che ricevere».
Michele Miriade
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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