L'acqua granda del 12 novembre 2019 aveva invaso prepotentemente il suo studio di

Domenica 26 Aprile 2020
L'acqua granda del 12 novembre 2019 aveva invaso prepotentemente il suo studio di

L'acqua granda del 12 novembre 2019 aveva invaso prepotentemente il suo studio di calle Lunga San Barnaba, destinando al macero centinaia di riviste rare, ormai introvabili, che coprivano mezzo secolo di storia del palcoscenico. Il covid-19 adesso lo relega in casa, annullando convegni ed esibizioni programmati in tutto il mondo. Paolo Puppa, storico del teatro, drammaturgo, performer, già docente e direttore di dipartimento a Ca' Foscari, vive il tempo del virus lavorando a diversi progetti di scrittura.
Professore, lei è veneziano, e si ricorda bene l'alluvione del 66, tanto da scrivere un monologo sul tragico evento: cosa dire di questa città colpita a distanza di pochi mesi da una seconda acqua granda e dall'emergenza sanitaria?
«Ero ragazzo nel 66, e ho vissuto il contrasto tra la nostra disperazione e la gioia dei giapponesi, contenti di fotografare qualcosa di straordinario. Poi ho capito. Vede, le immagini dell'attacco alle torri gemelle, per esempio, sono drammatiche, ma esteticamente sublimi, direbbe Kant. Ora, si diceva che era impossibile trovare da sedersi in vaporetto, poi è arrivato il virus, e adesso c'è posto. L'emergenza fa uscire il meglio e il peggio di noi. Qualche giorno fa sono andato a fare la spesa alle Zattere, uno dei posti più belli del mondo, e c'era una coda lunghissima, tanto che due persone prima di me sono svenute; molti sono scappati pensando fosse coronavirus, io invece ho guadagnato due posizioni. Che dire, fino a ieri avevo sempre la valigia in mano, una energia da contadino, adesso sembra di essere morti. La città turistica stava morendo per eccesso di turismo, ora rischia di morire per la sua assenza. È una catastrofe».
E forse un'occasione. Che ne sarà di Venezia dopo la pandemia, come si può ripartire?
«Vivremo mesi di convalescenza. Ci vorrà tempo prima che gli stranieri si fidino a tornare. Ce lo insegna l'acqua alta di novembre che, rafforzata dalle fake news, ha significato il vuoto di prenotazioni, perché la città era demonizzata. Oggi, nei volti di molti lavoratori, rivedo lo stesso terrore di quei giorni, e mi ricordo quando dopo l'11 settembre, prendendo un volo per Londra, osservavo le hostess tremanti non per altri attacchi, ma per paura di essere licenziate. Questo è il dramma, come per l'Ilva a Taranto, di quando la salute confligge con l'economia, il momento più invivibile di una società. Penso che tra rifiuto e accoglienza dell'altro, si debba ripartire dalla seconda, ma in modo intelligente, valorizzando gli stranieri e offrendo loro opportunità lavirative».
Su quali attività puntare per la ricostruzione?
«Servono strumenti poveri, artigianali, come il teatro. Per richiamare il turista organizziamo iniziative all'aperto, che siano agili ed economiche, magari spettacoli permanenti della nostra tradizione, in inglese. Il teatro è una formidabile leva di attrazione».
Chi dovremmo coinvolgere innanzitutto per ricostruire?
«I ristoratori, tutta l'offerta alimentare che, mescolata ad un teatro popolare, potrebbe creare gradi ricette. Mangiare e consumare teatro, tra il cibo e una cultura che deve sporcarsi, giocare, non può rimanere ingessata, noiosa e monouso. C'è bisogno di fantasia imprenditoriale. E dunque poesia, concerti jazz, librerie dove nutrire stomaco e cervello».
Quali opere teatrali le ricorda il copione a cui stiamo assistendo?
«Edipo re, di Sofocle, con la peste al posto del covid-19. E soprattutto Un nemico del popolo, di Ibsen, in cui emerge il rapporto tra salute ed esigenze economiche. Ma è stata la narrativa il genere maggiormente prolifico, in quanto più adatta ad esprimere quello che stiamo vivendo».
Che cosa sta scrivendo?
«Ho appena finito due romanzi. Sto curando due opere di Pirandello e quaranta voci del Dizionario biografico degli italiani, da Albertazzi a Fo fino a Zeffirelli. Poi trascrivo le relazioni a braccio' dei miei convegni. Infine un monologo, che trovate nel sito web dell'Ateneo Veneto, in cui faccio parlare il virus».
Luca Bagnoli
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