Il decreto crescita diventa più leggero, dimezzati i fondi e il taglio alle tasse

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Il decreto crescita diventa più leggero, dimezzati i fondi e il taglio alle tasse

di Andrea Bassi

Il decreto crescita diventa più leggero, dimezzati i fondi. La si potrebbe definire una versione light, alleggerita rispetto alla prima stesura approvata ormai venti giorni fa dal consiglio dei ministri. Il decreto crescita torna sul tavolo del governo dopo una difficilissima gestazione, picconato dai veti incrociati di Lega e Cinque Stelle. Molti dei contenuti sono rimasti ma con una revisione decisamente al ribasso nelle risorse a disposizione. Alleggerito, per esempio, il taglio dell'Ires per le imprese. L'aliquota non scenderà più dal 24% al 20%, ma dal 24% al 20,5% in tre anni, entro il 2022. Una mossa che farà risparmiare 500 milioni di euro al Tesoro. Così anche l'aumento della deducibilità dell'Imu sui capannoni, che il vice premier Luigi Di Maio avrebbe dovuto azzerare adesso salirà solo fino al 70% e, ancora una volta, non tutto insieme ma nei prossimi tre anni. Sopravvive nella sua stesura iniziale, invece, la norma fortemente chiesta dalle imprese, ossia la riconferma dei super-ammortamenti al 130%. Certo, anche in questo caso con una limitazione agli investimenti al massimo di 2,5 milioni di euro, ma era previsto così sin dall'inizio. Niente modifiche anche per il bonus aggregazioni che rimane finanziato, a regime, con 25,5 milioni di euro.

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LA SFORBICIATA
Ma la sforbiciata sulle due norme principali, il taglio dell'Ires e l'aumento dello sconto fiscale sui capannoni, ha di fatto dimezzato le risorse a disposizione del decreto da oltre un miliardo di euro a poco più di 400 milioni. Il problema delle coperture si è rivelato ancora una volta complesso. In realtà il Tesoro aveva trovato il modo di finanziare tutto il pacchetto. La proposta era quella di attingere al tesoretto dei risparmi che si stanno generando su Quota 100 e sul Reddito di cittadinanza per l'andamento inferiore alle attese delle domande. I tecnici del ministro Giovanni Tria avevano proposto di attingere per almeno 600 milioni di euro da quei fondi. I Cinque Stelle avevano dato il loro sostanziale via libera, mentre ad opporsi sarebbe stata la Lega, preoccupata dal fatto che lo storno dei soldi da Quota 100 avrebbe potuto far pensare ad un fallimento della misura.

Nel provvedimento troveranno posto anche altre due norme che con la crescita economica hanno poco a che fare: il nuovo salvagente per Alitalia e l'accollo da parte dello Stato di una parte del vecchio debito di Roma Capitale oggi trasferito in capo ad una gestione commissariale. Su quest'ultimo negli ultimi giorni Matteo Salvini ha alzato le barricate, chiedendo che nel provvedimento non fosse inserita una norma valida soltanto per Roma ma per tutti i Comuni italiani. In realtà questo non sarà possibile, perché la Capitale è l'unica ad avere una gestione separata nella quale sono stati collocati 12 miliardi del vecchio debito. La ristrutturazione, con l'intervento dello Stato, non riguarderà l'intero ammontare dei debiti finanziari ma, molto probabilmente, soltanto il Boc, il Buono ordinario del Comune da un miliardo in scadenza al 2048.

Per il Tesoro dovrebbe essere un'operazione a saldo zero che, tra le altre cose, permetterebbe al Commissario straordinario che gestisce il debito di avere la liquidità sufficiente per arrivare fino al 2021, anno in cui verrebbe prevista la chiusura della gestione straordinaria. Cosa accadrà per gli altri Comuni? Il vice ministro all'Economia, Laura Castelli, ha aperto un tavolo di confronto al quale è stata chiamata a partecipare anche la Cassa Depositi e Prestiti. L'intenzione sarebbe quella di convincere i vertici della Cdp a rinegoziare i vecchi mutui concessi ai grandi capoluoghi di provincia. Un'operazione simile a quella accordata alle Regioni circa otto anni fa. Secondo fonti tecniche per introdurre una misura del genere non sarebbe necessaria una norma di legge ma basterebbe una semplice delibera del consiglio dei amministrazione della Cassa.

Basterà a Salvini e alla Lega per non ostacolare l'approvazione del decreto? Al momento no. La Lega vuole che la norma salva Roma e l'operazione sui Comuni vadano di pari passo. Meglio rimandare tutto agli emendamenti. Ma secondo gli esponenti di governo del Movimento Cinque Stelle bloccare il salva Roma non è possibile, visto che si tratta di una delle norme approvate nel consiglio dei ministri del 4 aprile e sulle quali era stata raggiunta un'intesa.
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Martedì 23 Aprile 2019, 08:01






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