Addio a Livio Rosignano grande cantore della sofferenza

E' scomparso un altro grande dell'arte regionale, uno di quei pochi che hanno fatto sentire la loro voce poetica nell'ambito nazionale ed estero. In questo mese di aprile, dopo il cervignanese Giuseppe Zigaina, intellettuale e polemista di prim'ordine oltre che sperimentatore originale delle potenzialità della pittura, dopo Luigi Boille, pordenonese di nascita e romano d'adozione, maestro dell'informale, si è spento anche Livio Rosignano, nato a Pinguente d'Istria, ma vissuto quasi sempre a Trieste, poetico cantore della vita di ogni giorno nei ritmi consueti della città.
Ormai ultranovantenne, dopo lunga malattia che gli ha impedito negli ultimi mesi di prendere in mano pennelli e colori, ha concluso il suo tragitto terreno Livio Rosignano, amorevolmente assistito dalla moglie, Marinella Scarpa, che è stata la sua musa ispiratrice e la presenza essenziale nel suo studio, bisognoso di ordine e di catalogazione di un'opera immensa.
È per eccellenza l'osservatore attento di una Trieste che produce i suoi umori più autentici nelle atmosfere fumose dei bar, nel sottopassaggio che porta alla ferrovia, nella gente comune che si affanna per la strada dietro alle incombenze di ogni giorno, nei luoghi di aggregazione dove gli individui trovano le energie per uscire dalle secche del quotidiano. Con queste persone l'artista si sintonizza cercando nell'essenza di un'umanità, a volte appena percettibile, il senso vero della vita.
Nel carattere di uomo e artista è possibile rilevare la volontà di scoprire nel semplice fluire della cronaca quotidiana il senso della vita, la relazione tra l'anima degli individui e la loro capacità di rivelarla negli atteggiamenti e nei gesti esteriori, il ritmo di una città (Trieste) che varia dagli attimi sospesi nella solennità di un silenzio a volte irreale fino alle occasioni, in cui deflagra l'empito a gioire, a ritrovarsi nel comune slancio verso la festa, nella quale si scaricano le tensioni dell'esistenza.
Un carattere schivo e a tratti malinconico e cupo non gli impediva talora di parlare di sè, ma con il fare disincantato di chi non lascia pesare il dato soggettivo nella valutazione degli eventi.
Il suo attaccamento a Trieste non affonda le radici in scontate motivazioni, facilmente ritrovabili nei contenuti da cartolina, bensì nel più profondo attaccamento per le contraddizioni stridenti che certi luoghi sanno esprimere.
Uno di questi è senz'altro il caffè o meglio ancora l'osteria, punto d'incontro consentito sui moduli di una disponibilità a lasciare talora la maschera personale, per rivelare l'anima, con la complicità di un buon bicchiere di vino, elemento di coagulo e di armonizzazione delle allegre combriccole di amici o delle compagnie che spontaneamente si formano con l'auspicio dei brindisi.
Tutti i personaggi sono in ogni caso portatori, a vario titolo e secondo un'intensità di sopportazione diversa, di un sentimento (nell'accezione etimologica del termine) di solitudine, piattaforma dalla quale talvolta si decolla o verso la ricerca degli altri o verso un approfondimento di sè e delle proprie ragioni di stare nel mondo, dove, tutto sommato, possono vivere meglio il clima e il segno dei tempi.
Nell'analisi dell'opera di Rosignano, lungo un'orbita evolutiva lunga più di settant'anni sempre dentro la dimensione figurativa, emergono numerose costanti: innanzitutto la consuetudine con il disegno che affina in lui la dote a tradurre sulla superficie del foglio la realtà tridimensionale da ritrarre; poi la confidenza con l'acquerello che lo porta a focalizzare situazioni di paesaggio oppure di persone che si muovono o, comunque, esprimono la propria individualità nella connessione con gli ambienti dove sono ripresi, un bar appannato dal sovraccumulo delle presenze e dal fumo degli avventori, una via battuta dalla pioggia, un angolo di strada frequentato da una mendicante, l'autobus affollato, l'interno di uno studio, la banchina spazzata dalla bora.
E la bora è uno dei dati ricorrenti nella poetica di Rosignano soprattutto a partire dagli anni '80, pur a tratti presente anche in precedenza nella sua ispirazione. Il vento è anche metafora dell'andare in assoluta libertà, al di sopra dei vincoli o impedimenti fisici, forza del cielo venuta a spazzare le impurità di una cronaca quotidiana in cui l'artista amava contaminarsi, oscillando nella sua escursione emotiva dagli entusiasmi gioiosi ai ripiegamenti sofferti.
Domani alle 10.40, al cimitero di Sant'Anna a Trieste, molti amici ed estimatori daranno a Livio Rosignano l'estremo saluto.
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Domenica 26 Aprile 2015, 05:52






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