Viaggio su Marte con i robot dell'Università di Padova: trapani e "canguri"

Giovedì 15 Agosto 2019
PADOVA - Restare in ascolto semmai ci arrivasse l'eco di un'altra vita o almeno potessimo scoprire qualcosa di più della nostra è sempre stata la segreta aspirazione umana. Perchè dà emozione pensare di tornare sulla Luna fra cinque anni o sbarcare su Marte fra dieci, ma se non ci fosse nulla da scoprire sarebbe un sogno sprecato.
Ecco perché mettere a punto uno strumento che la vita la sappia cercare battendo i raggi x che spazzano la superficie dei pianeti e ne annullano ogni traccia, andando a cercare qualcosa che invece sia rimasto imprigionato dall'inizio, un batterio fossilizzato ad esempio, cambierebbe i connotati della nostra esistenza. Ci vuole un trapano che nessuno ha mai progettato.
 

Ci vuole qualcosa che scavi ben al di sotto dei due metri pure garantiti dalla trivella progettata dall'italiana Leonardo, che salirà sul rover (una specie di jeep) di Exomars, la super missione verso Marte curata dall'Esa, in calendario per il 2020. Da notare che siamo stati proprio noi a testare questo strumento, simulando operazioni in ambiente marziano ovvero fra meno 100 gradi e più 35 su suolo roccioso. La situazione dunque la conosciamo, anche perché studiamo un nostro strumento dal 2006 e ora l'abbiamo messo a punto. «Siamo a livello 5 di maturità tecnologia, ovvero è stato testato in ambiente rilevante» comincia il professor Stefano Debei direttore del Cisas, il Centro di studi e attività spaziali dell'ateneo. «Se fra 5 anni partisse una missione umana per Marte sarebbe pronto». La talpa marziana sviluppata in collaborazione con Tecnomare nell'ambito di un progetto Esa ha delle caratteristiche uniche.
Montata su un lander o su un rover poggiati sulla superficie è in grado di scavare il suolo fino a 100 metri di profondità perforando anche rocce basaltiche, avanzando in completa autonomia e sterzando per evitare ostacoli altrimenti insuperabili. Inoltre può portare a spasso nel sottosuolo marziano fino a un chilo di strumentazione scientifica per analizzare la stratigrafia del terreno ed il gradiente di temperatura. Una tecnologia così avanti che la talpa padovana non è stata impiegata in una missione spaziale perchè considerata ancora troppo avveniristica. Ma che potrebbe dare una gran mano proprio alle esplorazioni umane.
I ROBOTTINI
Non è tutto. «Al Cisas si stanno facendo studi e ricerche per la navigazione autonoma di rover e di velivoli per l'esplorazione marziana. Questi studi, in collaborazione con il Jet Propulsion Laboratory della Nasa sono estesi anche alla navigazione di robot ibridi. Sono meccanismi che si stanno studiando per l'esplorazione di corpi celesti quali asteroidi e comete e che si muovono con piccoli rimbalzi controllati. I robot rimbalzanti sono dotati di telecamera per eseguire la mappatura 3D della superficie e questo è possibile grazie ad una metrologia molto accurata tra robot e navicella madre che orbita attorno al piccolo corpo celeste. Ciò consente di misurare accuratamente posizione e assetto del robot durante il rimbalzo e la sequenza temporale delle immagini. Con tali informazioni è quindi possibile ricostruire la mappa in 3D pur avendo una sola telecamera a bordo o, come si è soliti dire, stereovisione monoculare».
Riassumendo: mentre il robottino fa il balzo, fotografa e dà le coordinate alla sonda madre in orbita. Ma per fare la ricostruzione della mappa devo sapere dov'era il centro ottico del telescopio, ricostruendo l'assetto, cioè dove stava saltando. Al Bo si occupano proprio di questo aspetto.
Mauro Giacon Ultimo aggiornamento: 16 Agosto, 13:25 © RIPRODUZIONE RISERVATA