IL CASO
VENEZIA Guadagna in un mese quanto un collega italiano porta a casa in

Lunedì 28 Ottobre 2019
IL CASO VENEZIA Guadagna in un mese quanto un collega italiano porta a casa in

IL CASO
VENEZIA Guadagna in un mese quanto un collega italiano porta a casa in un anno. E trascorre le giornate lavorative in sala operatoria al fianco di grandi chirurghi. Se la fuga di cervelli dalla sanità veneta ha un nome è quello di Emanuele Orrù, 35 anni, veneziano trapiantato a Mestre, una laurea in Medicina e Chirurgia all'università di Padova nel 2008 con 110 discutendo una tesi in cardiochirurgia pediatrica e una specializzazione in radiodiagnostica con 70 e lode. Quest'ultima era propedeutica per poter poi occuparsi di Neuroradiologia Interventistica, «una neurochirurgia mini-invasiva in grado di trattare patologie complesse dei vasi del cervello e del midollo spinale guidati in tempo reale dai raggi X» racconta il giovane medico appena uscito dalla sala operatoria del Lahey Hospital and Medical Center di Burlington, in Massachusetts, dopo aver eseguito un intervento per emorragia intra-cranica causata da aneurisma. Perché Emanuele Orrù dopo una formazione in Veneto è andato all'estero, ha convertito i propri titoli di studi, si è ulteriormente specializzato e ora lavora in un ospedale a 25 chilometri da Boston che per averlo paga mezzo milione di dollari all'anno.
LIVELLO ALTISSIMO
«Non sono venuto qui per i soldi - ci tiene a precisare - non sapevo si guadagnasse così tanto, l'ho fatto perché sono ambizioso e pigro. Avevo bisogno di qualcosa che mi spronasse e in Italia non trovavo stimoli». Per far capire come vanno le cose fa alcuni esempi: «In Italia finita la specializzazione non sai fare quasi nulla e se ti va bene inizi ad entrare in sala operatoria a 45 anni, negli Stati Uniti, invece, un neo specializzato sa già fare l'85% degli interventi e diventa operativo da subito. In Usa portano tutti a un livello altissimo e danno la possibilità a tutti di lavorare. In Italia invece vai in sala operatoria solo se sei prescelto». Aggiungendo che i canali per diventare «prescelto» sono vari: «Il più bravo o il più raccomandato... in Italia gli studenti smaniano per imparare, ma il sistema è fatto in modo tale che può creare frustrazione, perché tende ad appiattire e a non fa migliorare». Detto fatto se ne è andato dall'Italia. Una scelta condivisa da molti colleghi considerato che il Veneto ha il record, tra le regioni italiane, di numero di giovani medici che lavorano all'estero. Complessivamente fra tutti i camici bianchi che lasciano il proprio paese il 52% è formato da italiani. Un esodo, secondo i dati della Commissione alla sanità Ue, che tra il 2005 e il 2015, ha portato diecimila medici oltre il confine nazionale.
METODI INNOVATIVI
«Quando ho iniziato medicina non avevo un'idea precisa di cosa avrei voluto fare - prosegue Emanuele Orrù - della medicina mi affascinava la trasversalità». Poi iniziando a studiare ha capito che avrebbe voluto specializzarsi in qualcosa in grado di trattare patologie complesse di organi nobili, ma non con la normale chirurgia, ma in modo più moderno e meno invasivo: ecco, la Neuroradiologia Interventistica. «Trovavo incredibile il fatto che, tramite una semplice puntura dell'arteria femorale e un tubicino infilato nei vasi si potessero trattare patologie che per via chirurgica avrebbero richiesto l'apertura del cranio e tempi di degenza lunghi». E la cosa incredibile è che questo metodo è stato inventato da un italiano, negli Stati Uniti però. Così dopo i titoli italiani ha completato la sua formazione a Baltimora e a Toronto.
NIENTE BUROCRAZIA
«In due centri di eccellenza internazionale dove ho imparato molto - racconta - e la cui frequenza mi ha permesso di diventare certificato dall'American Board of Radiology, il che mi mette al pari di un medico che ha studiato e che si e specializzato negli Usa, dal punto di vista burocratico». Ora si occupa di patologie emorragiche del sistema nervoso centrale come aneurismi, di malformazioni e di patologie ischemiche come i restringimenti di arterie craniche. E anche se ammette di lavorare molto dice che è tanto quanto fanno i colleghi italiani: «Solo che in America il tempo speso al lavoro è completamente dedicato a produrre atti medici, senza doversi occupare di altre mille incombenze seguite da apposite figure professionali». Certo è un mondo completamente diverso: a partire dall'assunzione negli ospedali che avviene attraverso lettere di raccomandazione dei propri maestri. «Le raccomandazioni qui sono una cosa serissima e attestano quello che realmente sai fare, nessuno scriverebbe qualcosa che non corrisponde al vero solo per agevolarti. Quindi la persona vale per i suoi veri meriti e non ti fanno un favore a farti lavorare. Quanto allo stipendio, si contratta con l'azienda ed ognuno ha il proprio».
GENITORI A MESTRE
Di tornare in Italia per ora non ci pensa. «Vedo moltissimi specialisti che si barcamenano fra pronto soccorso, contratti a termine anche in ospedali periferici e sostituzioni». Però ammette che gli dispiace non essere vicino ai suoi genitori: mamma Maria Teresa e papa Giorgio vivono ancora a Mestre. «A loro devo quasi tutto, perché mi hanno sempre incoraggiato, ci vediamo 2-3 volte l'anno e sono i primi a dirmi di rimanere dove sono». Dell'Italia gli mancano inoltre le abitudini e «una maggiore leggerezza dell'essere» ammettendo che in America «la vita è più complessa e anche instaurare rapporti umani è più difficile». Ma più di tutto ha nostalgia dell'estate, dell'andare in bicicletta e dei suoi compagni di specialità «in particolare del mio migliore amico, Alessandro Gasparetto, che si trova a Minneapolis ed ha intrapreso il mio stesso percorso». Invece tra le cose che ama degli Stati Uniti è che «tutto si può fare e se uno è valido riesce nella vita. Anche se niente viene regalato e in pochissimo tempo si può passare dal massimo al nulla».
R.Ian.
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