Non confondere i musulmani con i terroristi

Martedì 21 Febbraio 2017
Nelle sale cinematografiche è in uscita il film Porto il velo e adoro i Queen. La regista è Luisa Porrino. Ha preso spunto da un libro che porta lo stesso titolo, scritto da Sumaya Abdel Qader nel 2008. Quest'ultima è diventata consigliere comunale a Milano. Sia il libro sia il film raccontano le storie di giovani donne, nate in Italia, inserite a vario titolo nel mondo del lavoro, con famiglia o senza, figlie di genitori immigrati dalla Siria, dal Marocco, dal Senegal o dalla Tunisia. Persone normalissime, come noi. Ascoltando le loro storie, la loro diversa fede, segnalata dal velo non appare una cortina impenetrabile, che lascia immaginare chissà quali oppressioni o pulsioni violente.
In tempi come questi segnati dal terrorismo, vedere questa pellicola o leggere le pagine scritte da queste giovani donne musulmane italiane ci aiuta a rassicurarci nella convinzione che l'islam non s'identifichi necessariamente con il terrorismo. Quest'ultimo non è che non abbia nulla a che fare con la religione. Dobbiamo prendere sul serio chi, invocando furiosamente il nome di Dio, compie attentati, uccidendo spesso vittime innocenti (magari anche propri correligionari) e uccidendo sovente se stesso.
Questa violenza è il frutto di una profonda ignoranza religiosa, generata da una collera politica contro chi dagli anni dell'indipendenza ad oggi ha tenuto intere masse, per almeno tre generazioni, sotto il tallone di dittature, negando diritti umani fondamentali e senza garantire minimi standard di giustizia sociale. Si è così fatta avanti un'avanguardia di convinti sostenitori della necessità della lotta armata e dell'insurrezione internazionale. Per rendere legittimo ai loro occhi e a quelli dei tanti musulmani nel mondo ciò che stanno facendo, sino a giustificare l'ingiustificabile, hanno manipolato versetti del Corano, scelto interpretazioni fondamentaliste dei testi sacri, stravolgendo il senso umanistico del messaggio religioso islamico. Per contrastarli, oltre alle misure di sicurezza, è importante che non passi l'idea che tutti i musulmani e le musulmane, in quanto tali, siano predisposti a combattere per imporre la loro fede nel mondo.
Questo è uno degli obiettivi che i gruppi terroristici del jihad armato vogliono. Convincere gli altri musulmani, che vivono pacificamente la loro fede sia nei Paesi a maggioranza islamica sia nelle estese diaspore d'Europa e dell'America del Nord o dell'Australia, ad imbracciare il fucile e lottare per la restaurazione del Califfato va di pari passo con l'altro obiettivo: di spaventarci, rendendo insicura la nostra vita quotidiana.
Ma il gioco, almeno per quanto riguarda il primo scopo, non sembra riuscito sinora. Se rimaniamo al Nordest, infatti, il sondaggio di questa settimana ci dice esattamente che, nel giro di dieci anni, è diminuita la percentuale di quanti associano l'islam alla violenza ed è cresciuta in misura leggermente inferiore la convinzione che la violenza appartenga solo a gruppi di estremisti.
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