Quei nomi (e titoli) declinati al femminile, questione anche di estetica ma soprattutto di rispetto

Domenica 20 Settembre 2020

Gentile direttore,
nella risposta alla lettera pubblicata il 18 settembre a proposito del femminile del termine rettore, lei conclude di sperare che Tiziana Lippiello si faccia chiamare rettore, propendendo per il maschile del termine. Mi conforta sapere e forse non era da dubitarne, che la stessa ha già comunicato che il suo titolo è quello di rettrice. La speranza non c'entra niente: nessuno per esempio chiamerebbe Tilda Swinton attore, per fare un esempio sulla declinazione, e si dovrebbe sapere che il femminile di direttore è direttrice, sempre per fare un esempio, come quello di pastore è pastora, o anche che quello di sindaco è sindaca per la stessa regola per cui il memorabile personaggio manzoniano era la monaca e non il monaco di Monza. E quello di cancelliere, per ricordarlo al lettore che le ha scritto riportando degli esempi un po' a casaccio, è cancelliera allo stesso modo con cui ci si rivolge ad un'infermiera. Come lei, e come il lettore che ha stimolato l'intervento, non sono una linguista; ho imparato leggendo. Dovrebbe esserle noto che l'Accademia della Crusca ha varie volte affrontato l'argomento, di cui si trovano molti articoli illuminanti nel sito che la invito, con tutto rispetto, soprattutto come direttore giornalista, a leggere. Se per alcune parole la declinazione femminile è ancora incerta, spesso più per ostracismo che per effetto di un'eccezione alla regola, quelle trascritte nell'intervento suo e del lettore sono in buona parte del tutto femminilizzabili. Le resistenze per assessora, architetta, avvocata, sono note e si porta pazienza. Come dovrebbe portarla chi svolge la funzione di guardia e di norma è un uomo. Da secoli.

Loredana Bergo

Cara lettrice,
il noto linguista Luca Serianni affrontando questa tema su Crusca per voi che, come lei certamente saprà, è il semestrale dell'Accademia della Crusca ha scritto: «A me sembra che al di là dell'uso di alcuni giornali (non di tutti!), più sensibili al politicamente corretto, nella lingua comune forme del genere non siano ancora acclimatate e, anzi, potrebbero essere oggetto d'ironia. Sul loro successo incide negativamente anche il fatto che molte donne avvertano come limitativa la femminilizzazzione coatta del nome professionale, riconoscendosi piuttosto in una funzione o una condizione in quanto tale, a prescindere dal sesso di chi la esercita». Come vede anche tra i linguisti, come peraltro tra le donne, esistono sensibilità e opinioni diverse sull'argomento. Personalmente diffido da ogni forma di integralismo e mi sono limitato a fare due considerazioni. La prima è che, anche se ne comprendo i motivi, trovo discutibile, esteticamente ma non solo, la declinazione la femminile di alcune cariche e nomi professionali. Penso, per esempio, a sindaca o a presidenta. La seconda è che, tuttavia, se una donna ritiene che il suo titolo professionale o istituzionale debba essere femminilizzato è giusto prenderne atto e usare quel termine. Lo stesso, ovviamente, se preferisce invece utilizzare il titolo nella forma più tradizionale, al maschile. Quindi, come vede, nessun ostracismo e nessuna intenzione di imporre alcunché. Solo rispetto. Per tutti o, se preferisce, per tutte.

Ultimo aggiornamento: 13:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA