«Lo stop alla prescrizione è un errore, altre le priorità per accelerare i tempi»

Martedì 31 Dicembre 2019 di Claudia Guasco
«Lo stop alla prescrizione è un errore, altre le priorità per accelerare i tempi»

Premessa. Dal primo gennaio entra in vigore la riforma della giustizia del ministro Bonafede, «ma non vedo un’accelerazione del processo, solo promesse vaghe di risistemazione dei riti alternativi. La prescrizione è l’unica parte di novità. Mi pare un po’ poco per definirla una riforma epocale». Giovanni Maria Flick, giurista ed accademico, è presidente emerito delle Corte Costituzionale ed è stato anche ministro della Giustizia. La sua diagnosi è quella di un medico esperto, ed è la seguente. «Sono assolutamente perplesso sia per il metodo con cui è stata introdotta la modifica della prescrizione, sia per le finalità e il modo in cui si sviluppa».

«Statali, ricambio per 150 mila». La ministra Dadone: bandi più veloci

Fioramonti lascia il gruppo M5S: «C'è diffuso sentimento di delusione»

Professor Flick, cosa accadrà adesso?
«Nulla di immediato, perché pur entrando in vigore da gennaio come bandiera della riforma, lo verificheremo quando i processi nuovi arriveranno a prescrizione. In ogni caso non fungerà da acceleratore. Non giriamoci intorno, il problema è un contrasto politico nella maggioranza tra chi vuole subito la modifica della prescrizione e chi la ritiene sbagliata. Ma ora, evidentemente per ragioni di ordine politico, non è più in grado di combatterla».

Dov’è l’errore?
«Era necessario intervenire prima sul cuore del sistema, per cambiare coda al cane bisogna cominciare dalla testa. Attuare una depenalizzazione sostanziale e non solo di facciata: non si può ricorrere al penale come elemento quotidiano di controllo sciale quando invece deve essere l’extrema ratio, inventando figure di reato che i magistrati non sono in grado di applicare. E mi pare che questo governo vada in controtendenza, vedasi la progettata penalizzazione dell’evasione fiscale. Inoltre è un pessimo modo di considerare i rapporti tra Parlamento e Corte Costituzionale deliberare per legge riforme che si ritengono incostituzionali tanto poi lavorano gli avvocati nei ricorsi alla Consulta, come hanno reiteratamente proclamato dei parlamentari della maggioranza contrari alla riforma».

Alla fine saranno i cittadini a rimetterci?
«Già stanno pagando un prezzo di disfunzione della giustizia che fa paura e l’onere si aggraverà: chi è imputato, sia che venga condannato o assolto in primo grado, continuerà a essere sotto processo all’infinito perché la prescrizione viene sospesa fino a sentenza definitiva. E prima che un processo finisca, campa cavallo. Questo è frutto anche di una confusione tra due concetti molto diversi tra loro: l’estinzione del reato per oblio - perché non desta più allarme sociale; o l’imputato si è ravveduto; o è difficile trovare le prove - e la ragionevole durata del processo, contemplata dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo».

La lentezza è il vero problema del nostro sistema giudiziario.
«I tempi morti sono impressionanti. Ci sono quelli in cui i fascicoli restano in un armadio in attesa di passare dal gup al dibattimento, poi in un altro armadio dal tribunale alla corte d’Appello e in un altro ancora per arrivare alla Cassazione. Questa serie di tempi morti va contro il principio di ragionevole durata del processo, che non può essere ridotta soffocando le garanzie della difesa. Semmai è indispensabile agire riducendo i tempi dei processi».

In che modo?
«Pilastro numero uno: rivedere non l’obbligatorietà dell’azione penale bensì il numero delle azioni penali, non trasformandole nell’ordinarietà. Non a caso incappiamo di nuovo della Ue per il sovraffollamento delle carceri. Secondo pilastro: rivedere i riti alternativi, facendo sì che non tutti i processi vadano a dibattimento ma la maggior parte siano chiusi prima con la partecipazione e le garanzie alla difesa. Terzo pilastro: rivedere il meccanismo delle impugnazioni affinché abbia una sua logica. Quarto pilastro: attuare una riorganizzazione tale per cui non ci sia un tribunale dove le cause vengono decise in dieci giorni altre in dieci anni. La ragionevole durata deve essere diversa a seconda della complessità dei processi».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

PIEMME

CONCESSIONARIA DI PUBBLICITÁ

www.piemmeonline.it
Per la pubblicità su questo sito, contattaci