«Debiti di Roma allo Stato», taglio Irpef: strada in salita

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«Debiti di Roma allo Stato», taglio Irpef: strada in salita

di Fabio Rossi

Chiudere definitivamente i conti con il passato, ossia i 12 miliardi di debiti accumulati dal Campidoglio prima del 2008. E ridurre l’addizionale Irpef - il 9 per mille, la più alta d’Italia - pagata dai romani proprio per contribuire a pagare i relativi mutui accesi con le banche. L’orizzonte è fissato al 2021, quando peraltro scadrà il mandato di Virginia Raggi, ma i contorni sono ancora tutti da definire e la strada è decisamente in salita. Dopo quasi tre anni dal suo insediamento sul colle capitolino, la sindaca di Roma vorrebbe utilizzare la sponda di Palazzo Chigi per archiviare la gestione commissariale del debito storico della Capitale: la bad company di Palazzo Senatorio creata nel 2009 dal Governo, allora guidato da Berlusconi, per evitare il default della città. Obiettivo dichiarato: «Liberare risorse per 2,5 miliardi di euro fino al 2048 a favore del Campidoglio, che potrà destinarle in parte alla liquidazione dei debiti commerciali residui e i parte agli investimenti per la città o alla progressiva riduzione dell’addizionale Irpef a partire dal 2021», sottolinea la sindaca.

I PALETTI
L’operazione è però carica di così tante incognite che somiglia molto a una sparata da campagna elettorale, a 50 giorni dalle Europee. Come le stoccate di Raggi ai giornalisti: «Voi ci date degli incapaci, sempre - dice il conferenza stampa - Oggi, un sorriso da cittadini, indipendentemente dal lavoro che fate, potreste anche farlo. Stiamo facendo tutto questo per Roma e per i romani ed è davvero una bella notizia, una luce in fondo al tunnel». In questo contesto, per verificare l’efficacia dell’iniziativa, bisognerà attendere i provvedimenti attuativi per capire se il ministero dell’Economia darà veramente via libera all’operazione, che innanzitutto prevede una nuova ricognizione del debito (promessa dalla prima cittadina nella disfida elettorale del 2016) da ultimare nel 2021.

LE RATE
Nelle aspirazioni della sindaca, sarebbe lo Stato a farsi carico direttamente di una parte del debito residuo (ora gestito dal commissario) che, visto il cambio di titolare, potrebbe essere ricontrattato a tassi più bassi, lasciando il resto al Campidoglio, che continuerebbe a ricevere i fondi assicurati dal Governo e destinati al piano di rientro. La “rata” annua attuale, pagata da Roma per ripianare il debito storico, è di 500 milioni. Di questi, 300 milioni vengono sborsati dallo Stato con contributi a fondo perduto, 180 gravano direttamente sulle tasche dei romani (con l’addizionale comunale Irpef) e i restanti 20 arrivano da un surplus applicato alle tasse aeroportuali degli scali di Fiumicino e Ciampino.

Cambiare questi “pesi” garantirebbe all’amministrazione capitolina maggiori margini di manovra, magari cominciando a ridurre l’aliquota fiscale a carico dei romani proprio nel 2021 - impresa più facile a dirsi che a farsi - quando si tornerà al voto per Palazzo Senatorio. «La norma sarà inserita nel decreto crescita - spiega complice il viceministro all’Economia, Laura Castelli - Lo Stato si accolla una parte del debito finanziario e riduce i costi che dà alla gestione commissariale». Ma per condurre in porto l’operazione c’è bisogno dell’ok del Mef, che ha il difficile compito di trovare le necessarie coperture: cosa tutt’altro che facile di questi tempi. Sempre, tra l’altro, che regga l’asse tra Campidoglio e Palazzo Chigi.

LO SCONTRO
Il tema del debito pregresso apre inevitabilmente lo scontro con il Pd, chiamato in causa per le amministrazioni che si sono succedute prima del 2008. «Non basta il superamento della gestione commissariale per risolvere i problemi di Roma - attacca Marco Causi, ex assessore al bilancio con Walter Veltroni e, nel periodo finale, con Ignazio Marino - Questa città ha un urgente bisogno di interventi perché sta collassando sotto l’inerzia del Campidoglio e del Governo». L’assessore responsabile del bilancio capitolino, Gianni Lemmetti, parla invece di «uno spartiacque: lasciamo un’eredità positiva di 2,5 miliardi da poter investire in città agli amministratori futuri, chiunque essi siano - sostiene l’esponente pentastellato - Perché si sa che nel 2021 scade il primo mandato della Raggi». Che sulla riduzione dell’Irpef vorrebbe giocarsi la partita elettorale.
 
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Venerdì 5 Aprile 2019, 00:00






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