Morì solo al pronto soccorso: nessuna verità per Casanova

Martedì 19 Marzo 2019
LA SENTENZA
BELLUNO Una serie di «malintesi», «problemi irrisolti» «fraintendimenti», non hanno permesso di arrivare alla verità sulla morte del veterano del Belluno Calcio, Ferdinando Casanova. Il processo all'unico sanitario finito alla sbarra per il decesso del 75enne di Limana, dopo 4 accessi al pronto soccorso del San Martino, si è chiuso ieri sera in Tribunale a Belluno con un'assoluzione. È stato scagionato, pur con formula dubitativa, Matteo Marin, l'infermiere che quel giorno era a capo dell'Obi (Osservazione breve intensiva) e che non avrebbe vigilato sul paziente. Intervenne solo dopo alcuni minuti quando Casanova, che si era alzato per andare in bagno, venne poi ritrovato ormai in arresto cardiaco. Per questo venne accusato di omicidio colposo. «Il fatto non costituisce reato», ha sentenziato ieri il giudice Angela Feletto, ma i motivi si conosceranno tra 90 giorni.
L'ACCUSA
Era il 6 settembre 2016 quando Casanova morì. La Procura iniziò le indagini dopo l'esposto della famiglia. Quattro medici che trattarono il paziente finirono sotto inchiesta ma la loro posizione venne archiviata. Con un supplemento di indagine finì indagato l'infermiere, assolto ieri. È stato lo stesso pm Simone Marcon a chiedere ieri l'assoluzione, ammettendo che le indagini e il processo non hanno chiarito una serie di problemi irrisolti. Ha parlato di «fraintendimento» per i 10 minuti di presunta mancata vigilanza che ci sono scritti nel capo di imputazione, quando in realtà vi sarebbe stato un soccorso tempestivo. «Un malinteso emerso con chiarezza solo nel dibattimento», ha detto ieri il pm nella sua requisitoria.
LA PARTE CIVILE
E così l'avvocato della famiglia (parte civile rimasta nel processo sono solo i tre nipotini) si è trovato solo a dover combattere per avere la verità su quella morta. «Questo processo parte al contrario - ha detto nella sua arringa - ma cercheremo la verità perché non si può morire così in un ospedale, accasciandosi in un bagno in pronto soccorso. Lo chiamano inghippo, ma in questo inghippo è morta una persona».
LA DIFESA
L'avvocato Massimiliano Paniz che difendeva l'imputato ha chiesto nella sua arringa di distinguere tra l'emotività per la morte, che coinvolge tutti e il processo. Ha sollevato il dubbio, ricordando che il paziente potrebbe essere rimasto in bagno da solo anche solo pochissimi secondi e che le chance di salvarlo erano basse. Alla fine alle 18.15, dopo una camera di consiglio durata oltre un'ora e mezza è arrivata la sentenza del giudice Angela Feletto e è scattato l'abbraccio tra i famigliari presenti in aula e l'imputato. «Continueremo a lottare per avere verità», hanno detto i parenti di Ferdinando che hanno intentato causa civile contro l'Usl e i medici.
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