Aspide: vera mafia, ma non dei Casalesi

Aspide: vera mafia, ma non dei Casalesi
Dal processo non è uscita la prova dell'esistenza di un collegamento diretto tra il gruppo camorristico dei Casalesi e l'organizzazione criminale che tra il 2009 e il 2011 ha operato in Veneto mettendo a segno usura ed estorsioni. Ma, ciò nonostante, il gruppo che ha agito dietro l'etichetta della società Aspide di Padova va qualificato come una vera e propria organizzazione di stampo mafioso. Lo scrivono i giudici della seconda sezione penale della Corte di Cassazione nelle motivazioni della sentenza con cui sono state confermate le condanne inflitte in Corte d'Appello a 13 componenti del gruppo capeggiato da Mario Crisci, finito sotto accusa nell'ambito dell'operazione Serpe. Per altri la sentenza di secondo grado non era stata impugnata e le pene sono già passate in giudicato.
Secondo la Suprema Corte scrive «stato riscontrato l'utilizzo, in danno delle vittime, dell'arma dell'intimidazione attraverso metodi violenti e minacciosi accompagnati dall'evocazione di collegamenti con organizzazioni criminali di stampo camorristico». In sostanza i componenti di Aspide si presentavano come aderenti al clan dei Casalesi per incutere più paura agli imprenditori e ciò, unito alle minacce e alle violenze effettivamente messe in atto, è sufficiente affinché si possa parlare di associazione di stampo mafioso. La Corte di Cassazione ricorda, peraltro, che questo è un reato di pericolo, «per la cui configurazione è sufficiente che il gruppo criminale sia potenzialmente capace di esercitare intimidazione». Crisci & C sono andati ben oltre, mettendo in atto pestaggi e minacce con tanto di pistola puntata alla tempia della vittima «mutuando dai clan operanti in altre aree geografiche i ruoli, i rituali di affiliazione ed il livello organizzativo». Il tutto per mettere a segno «ripetuti e gravi delitti di usura ed estorsione».
Ciò risulta adeguatamente provato ed è più che sufficiente secondo la Suprema Corte per definire mafioso il gruppo che ha terrorizzato decine di imprenditori del Veneto, soprattutto in provincia di Padova, ma anche a Rovigo, Venezia e Treviso. Oltre alla forza fisica, il gruppo facente capo alla società Aspide utilizzava la «forza intimidatrice derivante dal richiamo continuo e ripetuto ai collegamenti con quelli del Sud e con la necessità di inviare i soldi alle mogli dei carcerati». Prova del potere intimidatorio è arrivato dalla diffusa omertà, rotta soltanto dal coraggio della disperazione di un imprenditore il quale ha saputo affrancarsi e denunciare «un'organizzazione efficiente, composta da numerosi associati e capace di raggiungere e perseguitare le vittime che cercassero di sfuggire alla loro sorte».
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Martedì 28 Luglio 2015, 05:34






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