La confessione del terrorista

IL CASO
MILANO Sabato 23 marzo, carcere di Oristano, tre del pomeriggio. Cesare Battisti, jeans e maglietta, senza la barba con cui si camuffava da latitante, si siede davanti al capo del pool antiterrorismo Alberto Nobili e parla. Come non ha mai fatto. «Tutto ciò che c'è scritto nelle sentenze definitive sui Pac corrisponde al vero. Ho commesso quattro omicidi, ho ucciso Santoro e Sabbadin e sono responsabile anche della morte di Torregiani e Campagna. Ho ferito tre persone, ho commesso rapine e furti per autofinanziamento. Mi rendo conto del male che ho fatto e chiedo scusa ai familiari delle vittime».
NESSUNA COLLABORAZIONE
Dopo quasi quarant'anni in fuga e a due mesi dall'arresto in Bolivia, Battisti ammette le sue colpe. Non entra nel merito dei singoli casi, però cerca di spiegare perché lo ha fatto. Non piange, in alcuni momenti tuttavia è molto provato. «È stata una guerra giusta, io allora ci credevo come tanti altri. Adesso non la condivido più e chiedo scusa alle vittime», dice l'ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo. Perché proprio adesso? «Ho avuto una rivisitazione di quegli anni fin dal primo momento. È stato faticoso, ma chiedere scusa mentre stavo in Brasile non avrebbe avuto senso, adesso che sono qui posso farlo». Negli anni 70 credeva che stare dalla parte giusta significasse partecipare alla «guerra civile e insurrezione armata contro lo Stato», una battaglia con obiettivi come Pierluigi Torregiani e Lino Sabbadin, che uccisero due rapinatori: li chiamavano «i miliziani, perché armandosi si schieravano dalla parte dello Stato contro la criminalità, quindi soggetti che andavano puniti», spiega il pm Alberto Nobili, che insieme al capo dell'antiterrorismo della Digos Cristina Villa ha interrogato l'ex Pac. Il quale, oltre ad ammettere le sue colpe, mette a verbale alcune considerazioni storiche sul terrorismo. «Il movimento culturale, politico e sociale che è nato nel '68 è stato stroncato dalla lotta armata. Gli anni di piombo hanno sepolto la spinta culturale. Abbiamo stroncato il movimento che avrebbe potuto portare l'Italia a livelli di progresso», sostiene l'ex estremista rosso che parla cinque lingue, è prossimo all'uscita del suo nuovo giallo in Francia e sta scrivendo un libro sulla rivoluzione spagnola del 500. «Ho avuto la sensazione di assistere a un rito liberatorio, all'inizio aveva difficoltà a parlare, a tornare con la mente a quarant'anni fa. Un po' alla volta è emerso questo effetto liberatorio, ha deciso di fare una scelta di chiarimento, non ha nulla da chiedere in cambio, non ha rinnegato il passato ma oggi si è reso conto che è stato devastante», spiega il pm Nobili. «Ha riconosciuto dopo tanti anni che la magistratura e la polizia hanno agito come diceva Pertini con il codice in mano. La sua è stata una sorta di dissociazione, ha ritenuto di rimediare agli anni di piombo». Insomma, da parte di Battisti non c'è pentimento né collaborazione. «Io parlo esclusivamente delle mie responsabilità, non farò i nomi di nessuno», mette in chiaro davanti agli inquirenti.
«COME STA MIO FIGLIO?»
Quanto alla sua lunga latitanza tra Francia, Messico e Brasile terminata con l'arresto dello scorso 12 gennaio, per sfuggire al mandato di cattura internazionale «non mi sono appoggiato a nessuna copertura obliqua, occulta». Anche se le indagini della Digos, su questo fronte, non sono ancora concluse e gli investigatori stanno ricostruendo la rete di aiuti - amici, familiari, conoscenti - che gli anno fornito soldi, rifugi sicuri e mezzi per scappare. «Nessun mistero - assicura il suo avvocato Davide Steccanella - È la solidarietà dei militanti comunisti in tutto il mondo verso coloro che vengono ritenuti, a torto o a ragione, degli esuli politici. Battisti era uno dei tanti militanti della lotta armata». Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro, in ogni caso, è soddisfatto: «Mi sono impegnato a rimandarlo in Italia per pagare i suoi crimini. La nuova posizione del Brasile è un messaggio per il mondo: non saremo più il paradiso dei banditi». Ora l'ex terrorista deve scontare quattro ergastoli e «uno che ha quattro omicidi sulle spalle, per quanto mi riguarda, non esce di galera», avverte il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «Rieducazione del carcere non vale per Battisti». Che, a interrogatorio concluso, fa una sola domanda agli inquirenti: «Come sta mio figlio?».
Claudia Guasco
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Martedì 26 Marzo 2019, 05:05






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