Il costo della Brexit in gioco 4 miliardi di Pil del Nordest

Domenica 15 Dicembre 2019
L'ANALISI
VENEZIA Quanto vale la Brexit per il Nordest? Sul piano economico, circa 4 miliardi di euro, di cui 3,4 per il solo Veneto: traducendo in termini assoluti il calcolo percentuale elaborato da Irpet per Unioncamere, questo è infatti l'ammontare del Prodotto interno lordo messo in gioco dall'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea. È su tale base che, nei prossimi mesi, potranno essere stimati gli effetti del futuro accordo sulle relazioni commerciali.
IL QUADRO
Il dato si inserisce in un quadro che vede nel Nordest la macro-area d'Italia maggiormente interessata dalle esportazioni verso Gran Bretagna e Irlanda del Nord, secondo la prospettazione effettuata da Antonella Trevisanato, analista dell'area studi e ricerche Unioncamere Veneto. Nell'export del 2018, il Veneto è la terza regione italiana con 3.647 milioni di euro, registrando un incremento del 2% rispetto al 2017 e costituendo una quota del 15,6% rispetto al totale nazionale. Oltretutto la tendenza è all'aumento, a vedere i numeri rilevati dall'Istat e diffusi da Confartigianato Veneto al terzo trimestre del 2019: 2.795 milioni, a fronte dei 2.653 conteggiati nello stesso periodo dell'anno precedente. Invece il Friuli Venezia Giulia è ottavo in graduatoria e segna un calo dell'1,1%: da 731 a 723 milioni, che pesano per il 3,1% a livello italiano. Complessivamente il Nordest, che nell'accezione degli economisti comprende anche l'Emilia Romagna oltre al Trentino Alto Adige, misura esportazioni in crescita del 6,3% fra 2017 e 2018: da 8.584 a 9.123 milioni, che rappresentano il 38,9% del totale.
Quanto alle importazioni dal Regno Unito, il Veneto è sesto in classifica, assommando in sé il 6,7% del dato italiano, e segna una diminuzione del 3,5%: da 773 a 746 milioni. È invece in aumento dell'8% il valore del Nordest (sempre includendo pure l'Emilia Romagna), passato nel giro di un anno da 2.168 a 2.341 milioni, cioè il 21% d'Italia.
LA BILANCIA
Guardando al ventaglio internazionale, il mercato britannico è il quarto per l'export veneto (5,8% del totale), dopo Germania, Francia e Stati Uniti. Nel primo semestre del 2019, le esportazioni da Veneto verso il Regno Unito ammontano a 1,9 miliardi, con una crescita del 7,5%, soprattutto grazie alle vendite di bevande (principalmente vino), abbigliamento e macchinari. Viceversa, le importazioni totalizzano 410 milioni, in aumento del 12% soprattutto per gli acquisti di prodotti chimici, farmaceutici, elettronica, apparecchi medicali e di misurazione dei macchinari, prodotti petroliferi raffinati. La bilancia commerciale evidenzia dunque un saldo di 1,5 miliardi, «incremento dovuto all'aumento delle scorte condizionato dalla scadenza originariamente prevista per l'uscita britannica dall'Ue, che era stata fissata per il 29 marzo.
I primi cinque settori (macchinari, bevande, abbigliamento, occhialeria e mobili) rappresentano più di metà delle esportazioni venete oltre Manica. Lo si vede nell'elenco delle province italiane maggiormente esposte verso Londra: fra le prime dieci, quattro sono nordestine, cominciando da Belluno che sta in vetta, per continuare con Pordenone, Gorizia e Treviso. Inoltre il Friuli Venezia Giulia e il Veneto sono al vertice della classifica nazionale nell'esposizione del manifatturiero.
IL MODELLO
È in questo contesto che va letto il modello sviluppato dall'Istituto regionale programmazione economica della Toscana per stimare l'importo in ballo con la Brexit. Incrociando gli indicatori settoriali e geografici, gli esperti hanno concluso che il 2,1% del Pil veneto verrà interessato dall'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea, valore superiore sia alla media del Nordest (1,8%), sia al dato nazionale (1,4%). «L'esposizione del Veneto alla Brexit spiega Unioncamere, che ha commissionato lo studio è stata calcolata in base a una simulazione basata sulla sensibilità del sistema economico regionale ai flussi di scambio Regno Unito-Europa, misurando l'importanza relativa di tali scambi nel determinare il Pil. I comparti industriali più a rischio dovrebbero essere quelli con più alto livello di specializzazione, così come quelli più esposti verso l'export (in particolare agroalimentare e tessile-abbigliamento)».
Angela Pederiva
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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