IL CASO
Nell'Italia dalla pianta organica perfetta ci sarebbero in servizio 8.300

Mercoledì 22 Settembre 2021

IL CASO
Nell'Italia dalla pianta organica perfetta ci sarebbero in servizio 8.300 medici di pronto soccorso. Prima della pandemia ne mancavano all'appello 2.300, quindi circa il 27%. Il Covid ha messo lo zampino anche qui e tra pensionamenti e professionisti che hanno deciso di andare via, c'è un 10% in più di posti vuoti. Quest'anno, poi, l'ulteriore sorpresa: 456 borse di studio per la specializzazione in medicina di urgenza non sono state assegnate, mettendo in ulteriore crisi l'intero settore. L'allarme è lanciato dalla Simeu, la Società italiana medicina di emergenza-urgenza, che fotografa uno scenario fatto di giovani medici che ai ritmi del pronto soccorso preferiscono quelli della libera professione o dei reparti d'ospedale.
DISINCENTIVATI
«I giovani sono meno incentivati a scegliere la specialità dell'emergenza-urgenza perché è un lavoro gravoso, poco riconosciuto e non premiante spiega Salvatore Manca, presidente di Simeu - Ci sono turni massacranti e il peso del decidere per la vita di un paziente, le ripercussioni legali e l'impossibilità di svolgere la libera professione che invece fanno gli altri specialisti. A questo si aggiungono i casi di aggressioni verbali e fisiche di cui diventano facili vittime». La situazione si fa ancor più dura quando i reparti sono pieni e nei pronto soccorso c'è necessità di tenere i pazienti in osservazione per giorni. «In Italia aggiunge Manca - c'è una media di posti letto di 3,7 ogni 1000 abitanti, inferiore alla media dell'Unione europea di 5,2. Ed è un dato lontano dai 6,8 della Germania».
A occuparsi della presa in carico del paziente, appena arrivato al pronto soccorso, ci sono gli infermieri di triage, esperti nelle procedure di accoglienza e valutazione dello stato di salute della persona. Stabiliscono il grado di priorità di accesso ai trattamenti. È la porta d'ingresso al sistema delle cure d'emergenza. «Il fenomeno delle aggressioni c'è sempre stato, ma in questo periodo è particolarmente sentito dice Daniele Marchisio, presidente della Società scientifica Gft, Gruppo formazione triage Le cause possono essere tante, principalmente due: il particolare momento storico della pandemia e la gestione dei tempi d'attesa che sempre più spesso diventano lunghi. Sono giudicati inaccettabili dall'utenza e talvolta anche dagli stessi operatori. Le soluzioni ci sono, a cominciare dai percorsi differenziati per i casi meno complessi, nell'attesa che si lavori per offrire risposte adeguate in strutture territoriali esterne al pronto soccorso».
Secondo uno studio condotto dalla stessa Gft e dall'Università di Bari, nei pronto soccorso italiani «l'86% del personale sanitario ha subito un'aggressione fisica, il 29,73% nell'arco del turno tra la mattina e il pomeriggio e il 28,83% ha deciso di non segnalare l'accaduto», commenta Roberto Lupo, docente di infermieristica nell'ateneo pugliese e tra i ricercatori che ha condotto l'analisi. «Quasi tutti i lavoratori che non hanno denunciato il caso di violenza hanno fatto questa scelta perché ritengono che non avrebbe cambiato nulla o che come conseguenza ci sarebbe stata la perdita del posto di lavoro», aggiunge.
La vita al pronto soccorso, dunque, è continuamente sotto pressione. «Durante il periodo acuto della pandemia siamo stati tutti etichettati come eroi. Ora non è più così prosegue Lupo - Uno degli ultimi episodi è avvenuto qualche giorno fa, con due infermiere che sono state prese a schiaffi e pugni all'ospedale di Copertino, a Lecce. Gli ultimi trend evidenziano in questa fase un aumento di almeno il 30% delle aggressioni al pronto soccorso». L'allarme del Simeu «è grave e reale», commenta Tonino Aceti, presidente di Salutequità. «Tra il 2009 e il 2019 il personale sanitario non ha avuto una politica retributiva all'altezza delle competenze e del ruolo che svolgono», commenta.
ASSUNZIONI E RETRIBUZIONI
«L'onda d'urto della pandemia li ha stressati sotto un punto di vista psicologico e fisico. È importante che nella prossima legge di bilancio si investa nel personale sanitario e nelle aree dell'emergenza-urgenza. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede la costruzione di tantissimi ospedali e case di comunità aggiunge Aceti Questi servizi devono essere erogati da personale, il cui numero adesso è insufficiente. Per evitare di costruire cattedrali nel deserto bisogna dare segnali concreti, fare assunzioni, dare risposte sotto il punto di vista retributivo e puntare sulla formazione».
Giampiero Valenza
© RIPRODUZIONE RISERVATA

© RIPRODUZIONE RISERVATA