Allarme a Siena, settemila posti a rischio Senza interventi la banca in forti difficoltà

Domenica 24 Ottobre 2021

LO SCENARIO
ROMA È uno dei nodi su cui si è infranta la trattativa fra il Tesoro e Unicredit. Non l'unico certamente, ma i 7mila tagli chiesti dal numero uno di Unicredit (su un totale di oltre 20 mila dipendenti) per accollarsi la banca senese sono sembrati una richiesta inaccettabile per il ministero dell'Economia, che ha la maggioranza dell'istituto e si è impegnato con l'Europa a cederlo entro la fine di quest'anno. Ora il governo dovrà aprire una nuova trattativa con Bruxelles per negoziare una proroga. Nel frattempo Siena dovrà proseguire per ora da sola il percorso di risanamento, che aveva consentito di rivedere l'utile, in attesa di trovare un altro partner.
L'istituto ha chiuso i primi sei mesi dell'anno con profitti per 202 milioni, dopo aver archiviato il 2020 con un rosso di oltre 1,6 miliardi. «Monte dei Paschi e la sua macchina commerciale continuano ad accelerare» mentre «la qualità degli asset» e «i costi» restano «sotto stretto controllo», aveva affermato lo scorso agosto presentando i conti l'amministratore delegato del gruppo Guido Bastianini. Poi aveva sottolineato come i prestiti in moratoria siano scesi in un anno del 74%, a quota 4 miliardi, mentre i flussi del risparmio gestito siano aumentati di 7,9 miliardi, il 50% in più dei livelli pre-covid. «La banca è totalmente concentrata sulla soluzione strutturale per cui non sta lavorando su un ipotetico aumento di capitale», aveva aggiunto il direttore finanziario, Giuseppe Sica. Ma senza l'arrivo di Unicredit i piani andranno rivisti e la ricapitalizzazione potrebbe diventare inevitabile.
LA RIPATRIMONIALIZZAZIONE
«È chiaro che per continuare a operare la banca va ripatrimonializzata e liberata dagli obblighi che in questi anni hanno finito per comprimere i ricavi e innescato un circolo vizioso con i tagli all'occupazione. È una logica dalla quale bisogna uscire per assicurare un futuro all'istituto», afferma il segretario generale della First Cisl, Riccardo Colombani.
I sindacati intanto sono in allarme per l'occupazione e chiedono tutele per i posti di lavoro. Il mese scorso, quando la trattativa fra Tesoro e Unicredit per sistemare definitivamente Mps sembrava potesse andare in porto, la presidente dell'istituto, Patrizia Grieco, aveva cercato di rassicurare i dipendenti ribadendo «il massimo impegno affinché siano preservati i valori e il patrimonio di competenze della banca». Ma ora bisognerà vedere quale sarà il piano B del Tesoro. E il perimetro del gruppo su cui verrà costruito un nuovo percorso di sviluppo. Soprattutto per quanto riguarda filiali e dipendenti.
«Comunque vada a finire, deve essere chiaro sin d'ora che non deve passare per la testa a nessuno neanche l'idea che il cerino possa restare in mano al sindacato. Non accetteremo tagli di personale se non attraverso prepensionamenti su base volontaria e deve essere chiaro che ci opporremo, con tutti i mezzi a nostra disposizione, a qualsiasi tentativo di macelleria sociale», sottolinea il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni. «Vedremo se ci saranno sei mesi di proroga, rispetto al 31 dicembre 2021, per l'uscita dello Stato dal capitale di Mps, proroga che qualcuno dovrà ufficialmente chiedere e che l'Unione europea e la Bce dovranno accordare», prosegue il sindacalista. «E vedremo pure - aggiunge Sileoni - se tutto questo bailamme è solo una prova di forza tra gli attori della partita e di questo negoziato».
LA VISIONE INDUSTRIALE
«Abbiamo sempre chiesto che l'operazione avesse una visione industriale di lungo periodo, logiche di profitto sostenibili, il mantenimento dell'unità di Mps e le massime garanzie occupazionali», osserva a sua volta Fulvio Furlan, segretario generale della Uilca. In ogni caso, prosegue, ora che l'operazione con Unicredit sembra saltata non sono certo gli esuberi la prima questione da affrontare per Mps. «È necessario che si concordi una proroga con l'Europa e che qualsiasi soluzione vada nell'ottica di dare un futuro alla banca e ai lavoratori».
Jacopo Orsini
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