'Ndrangheta, sequestrati beni per 50 milioni di euro. Controlli anche a Vicenza

Giovedì 29 Ottobre 2020
Indagine

VICENZA - All'operazione hanno partecipato anche i reparti operanti nelle provincie di Milano, Brescia, Mantova, Varese, Pavia, La Spezia, Vicenza, Lecce e Sassari, con il coordinamento della Procura Nazionale Antimafia diretta da Federico Cafiero De Raho e della Dda di Reggio Calabria diretta da Giovanni Bombardieri. I sequestri - disposti dalla Sezione misure di prevenzione del Tribunale reggino su richiesta congiunta di de Raho e Bombarideri - sono in corso di esecuzione in tutta Italia. È la prima volta che nel distretto reggino viene applicata la procedura prevista dopo la riforma del 2015 del Codice Antimafia, che ha attribuito anche al Procuratore Nazionale antimafia la titolarità della proposta di misure di prevenzione di natura patrimoniale.

Dalle indagini è emerso che l'organizzazione aveva base a Bianco e proiezioni operative anche in altre regioni italiane e all'estero, con al vertice componenti delle Barbaro "I Nigri di Plati", Nirta "Scalzone" di San Luca ed in Antonio Scimone - ritenuto il principale artefice del meccanismo delle false fatturazioni e "regista" delle movimentazioni finanziarie dissimulate dietro apparenti attività commerciali - rinviato a giudizio per svariate ipotesi di reato, tra cui concorso esterno in associazione mafiosa, dirigenza di un'associazione finalizzata al riciclaggio ed al reimpiego, nonché all'intestazione fittizia di beni, all'emissione ed utilizzo di fatture false, funzionali ad agevolare l'attività di infiltrazione occulta negli appalti pubblici della 'ndrangheta, verso la quale era drenate imponenti risorse. L'organizzazione smantellata con l'operazione «Martingala» - condotta dalla Dia e della Guardia di finanza di Reggio Calabria coordinati dal procuratore aggiunto Gaetano Paci e dal pm Stefano Musolino - poteva contare su un gruppo di società di comodo, definite «cartiere», che, secondo l'accusa, venivano coinvolte in operazioni commerciali inesistenti, caratterizzate dalla formale regolarità attestata da documenti fiscali ed operazioni di pagamento rivelatesi fittizie e che hanno consentito al sodalizio di mascherare numerosi trasferimenti di denaro da e verso l'estero, funzionali alla realizzazione di molteplici condotte illecite, quali «in primis» il riciclaggio ed il reimpiego dei relativi proventi.

Questo meccanismo, con la predisposizione di false transazioni commerciali, ha costituito il volano per l'instaurazione di vari flussi finanziari tra le aziende degli indagati e le società di numerosi «clienti» che di volta in volta si rivolgevano a loro per varie illecite finalità, tra cui la frode fiscale. Le indagini hanno svelato, tra l'altro, l'esistenza di una folta schiera di imprenditori che hanno fruito dei servigi offerti dall'associazione promossa e capeggiata, secondo l'accusa, da Scimone. Tra questi era emersa la figura di Canale - indagato per intestazione fittizia di beni, emissione ed utilizzo di fatture false e reimpiego di denaro di provenienza illecita in attività economiche e finanziarie - nonché quella dell'imprenditore Antonino Mordà, rinviato a giudizio per associazione mafiosa, trasferimento fraudolento di valori, estorsione, bancarotta, usura e reimpiego di denaro di provenienza illecita in attività economiche e finanziarie, fattispecie in diversi casi aggravate dall'aver agevolato gli interessi della 'ndrangheta. Dopo l'operazione, Dna e Dda hanno delegavano al Gico della Guardia di finanza di Reggio, allo Scico ed alla Dia reggina, di svolgere indagini a carattere economico/patrimoniale. Degli accertamenti, dopo essere emerso il profilo di pericolosità sociale degli indagati, è stato accertato - secondo l'accusa - che i loro patrimoni erano sproporzionati rispetto al reddito e, soprattutto, la natura mafiosa delle attività d'impresa svolte nel tempo.

 

 

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