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Valeria tra i primi 4 fotografi al mondo nella "fine art": i suoi ritratti emulano Rembrandt e Vermeer

Domenica 10 Aprile 2022 di Claudio Strati
Valeria Lobbia e le sue foto ispirate alla pittura nordica del '600

ASIAGO - Professione ritrattista pittorica. Un altro modo di chiamare una fotografa professionale che si ispira ai grandi fiamminghi del '600, i Rembrandt, i Vermeer, i Van Eyck, geniali innovatori nel cogliere la tecnica della luce per esaltare la tridimensionalità del soggetto, in un'ambientazione tutta speciale. Lei è Valeria Lobbia, asiaghese, con atelier nel capoluopgo dell'Altopiano, ma ora anche a Milano. Si è ricavata una spazio notevole nel fotoritratto: ma non uno scatto e via, al contrario una ricerca profonda culminata in una nuova interpretazione della professione. La sua clientela è esclusivamente privata, persone che intendono ritrovare se stesse e magari togliersi uno sfizio, e che si concedono l'avventura di ottenere un ritratto del tutto fuori del comune, in pratica opere artistiche d'oggi che ricordano le epoche di grandi artisti della storia.

Di recente Valeria Lobbia è entrata tra i 4 migliori fotografi ritrattisti al mondo, finalista di "The Societies of Photographers" nella categoria "ritratto creativo" con la sua "fine art" per bambini. Ritratti curatissimi, senza tempo, con sapore di fiaba, in cui nulla è lasciato al caso, resi su supporti "materiali", veri e propri solidi quadri incorniciati da appendere alla parete per suscitare emozioni ai loro committenti o a chi li osserva. In una società dove l'immagine è tutto e anche di più, in cui il digitale ha reso l'immagine anche qualcosa da consumare in modo seriale, non era facile affermarsi con un prodotto "cartaceo" che magari può essere considerato di un tempo passato. Ma Valeria Lobbia ci è riuscita, investendo pesantemente sulla sua formazione e puntando a un obiettivo che ha centrato in pieno. In questa intervista ci spiega perché e come, mentre in studio armeggia con le due figlie e un nugolo di pulcini d'anatra per uno dei suoi set originali fotografici.

Valeria Lobba, da architetto a ritrattista con la fotocamera full time. Come ci è riuscita?

«Avevo iniziato a lavorare in uno studio di architettura, ma capii subito che non era la mia strada. Ho collaborato così con mio fratello, che aveva un'attività di ottico e decise di ampliarla aprendo un reparto destinato alla fotografia, poco più di dieci anni fa. Eravamo già in piena era digitale, ma mi occupai anche di sviluppo. Da lì in poi ha preso avvio la mia ricerca solitaria verso una scelta della fotografia che sapesse restituire alle persone la precisa percezione di sé. Fin da ragazzina cercavo di disegnare dei ritratti, poi probabilmente mi ha influenzato la mamma con la sua ricerca delle bellezza, poiché amava collezionare oggetti d'arte. I miei lavori li chiamo ritratti pittorici poiché si parla di fotografia resa e venduta come arte».

Siamo immersi nelle immagini oggi. Cos'hanno di diverso le sue?

«È proprio questo il problema. Annegati nell'attuale cultura dell'immagine, dove fanno da riferimento i filoni di instagram, degli influencer e della moda, molti sono portati a volersi sempre vedere secondo uno schema spesso falsato, e arrivare a credersi ciò che non sono. Non è la stessa cosa, invece, essere visti da uno sguardo professionale. Ed è quello che propongo io».

Difficile farsi strada in questo mondo? Chi sono i clienti?

«Sì, molto difficile. Ed è un campo non per tutti. La pandemia da un certo punto di vista mi ha aiutato a sviluppare il percorso di qualcosa che volevo fortemente, e senza avere impedimenti dai ritmi lavorativi. Lavoro esclusivamente con clienti privati, oltre a gestire corsi e workshop in tutta Italia per colleghi fotografi e piccoli gruppi. Il soggetto preferito è quasi sempre la donna, protagonista di un servizio fotografico da concepire come un percorso di crescita e rinascita. Ho una collezione specifica riguardante i bambini e un'altra su donne e maternità. Quando opero con un cliente si tratta in genere di un percorso impegnativo di 50/60 ore di lavoro, lo scatto è il tocco finale dopo aver fatto consulenze su colori, "body shape" (forma del corpo) e outfit, l'abbigliamento. Alla fine può scegliere una serie di stampe, in ogni caso io le do sempre anche su file digitale».

Cosa spinge a farsi fare un ritratto, anche piuttosto costoso immagino? La stessa motivazione dei nuovi borghesi che cercavano i pittori fiamminghi?

«Possiamo anche dire così. In quell'epoca la ritrattistica non era più solo dei nobili o del clero, c'era una nuova classe che chiedeva opere per esprimere una propria dignità. Chi decide per il "ritratto pittorico" oggi lo fa per acquisire una esatta percezione di sé. Si lavora sull'autostima. Quella foto, quel ritratto, hanno l'intento di tirarti su di morale, di far emergere il meglio di te».

 

Lo studio aperto a Milano come funziona? Va nella "capitale morale" per agganciare influencer o personaggi dello spettacolo?

«Una volta al mese vado lì per 3 o 4 giorni, per gestire di corsi o degli shooting fotografici a sfondo artistico. È stata una decisione impulsiva, a volte ci si butta... Assolutamente artisti, vip e star non fanno parte della mia clientela, hanno bisogni diversi, hanno già i loro staff e si adattano a immagini certamente diverse dalle mie, più adatte al mondo dei social e della comunicazione. Personaggi famosi finora nessuno, ma credo che a giugno ne avrò uno di molto importante, nulla a che fare comunque col mondo dello spettacolo».

Questa "fine art" è un modo di stampare con caratteristiche di alta qualità e enorme definizione. Le ritocca le sue foto o gli scatti sono "puri"?

«In sostanza la "fine art" prevede la stampa su supporti e carte naturali in cui non c'è nulla di chimico e che  garantiscono durata nel tempo. Io l'ho portata in Italia, dagli States e da Londra, applicandola al genere del ritratto di bambini in particolare. Il ritocco? Sì, la post produzione ha un ruolo, ma mai nel modificare l'espressività di un volto o nello snaturare l'emozione che emana. Al massimo per correggere una lieve  posizione posturale, ad esempio delle braccia. L'intervento è la ciliegina sulla torta, caratterizza l'opera nell'ambientazione».

C'è una sua "firma" particolare su queste opere?

«Assolutamente sì, la pelle è il mio cavallo di battaglia. Con un dettaglio della texture particolare, utilizzando macchine a risoluzione altissima».

Un lavoro affascinante nel quale ha saputo sfondare. Le sue clienti sono felici?

«Davvero ricco di gratificazioni e di fascino. Mi sono addentrata in una realtà ostica, ho investito tantissimo nella mia formazione personale. Si tratta di un mestiere non rivolto alla massa, tanto più perché il "prodotto" può essere considerato voluttuario, ma vedo che i clienti vengono e chiamano. È bello consigliare le donne in tutti i dettagli, fino a come mettere le punte dei piedi. A loro piace ed è stimolante discutere per trovare dei punti d'incontro».

Ultimo aggiornamento: 11 Aprile, 09:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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