Compagna multata, insulta i Vigili via Facebook, stangata di 15.000 euro. «Sui social è più grave»

Giovedì 3 Dicembre 2020 di Angela Pederiva
foto di repertorio,
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VICENZA - Gli insulti e le minacce non sono più lievi se vengono rivolti sulla piazza virtuale anziché su quella fisica. Al contrario, gli interventi ingiuriosi e minatori su Facebook costituiscono «una condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato di soggetti ampliando e aggravando l'offesa», al punto da meritare un risarcimento che «non potrà essere meramente simbolico». L'ha deciso il Tribunale di Vicenza, stangando con 15.000 euro l'autore di un pesante post contro due agenti della polizia locale, che avevano multato la sua compagna: una sentenza che promette di fare severa giurisprudenza, dopo verdetti assai più bonari nei confronti degli odiatori che infestano la Rete.

LA VICENDA Tutto era cominciato il 22 giugno 2015, con la contravvenzione elevata da un vigile urbano del Consorzio Nordest Vicentino e da un suo collega nei confronti di un'automobilista, sorpresa a utilizzare il telefonino alla guida. Il giorno dopo, il suo compagno aveva postato verbale e indignazione sul proprio profilo: «Allora ditemi se io ieri avevo il cellulare della mia donna, cosa hanno visto questi due agenti di polizia municipale?». Già su un tale concetto di possesso ci sarebbe stato di che discutere. Ma il peggio era arrivato con gli insulti agli agenti, menzionati con nome e cognome («Sapendo che fanno uso ed abuso di alcool, come mai sono ancora in servizio?») e con le minacce alle loro famiglie: «Vi auguro che i vostri figli muoiano, della peggior malattia esistente sulla terra. Questo è quello che vi meritate, pezzenti, alcoolizzati e tossici. Amen». Così sia? Nemmeno per scherzo. Subito erano partite le querele, che avevano condotto al rinvio a giudizio dell'uomo, con l'accusa di diffamazione aggravata. Dopodiché era stata avviata pure la causa civile, intentata da uno dei due agenti, che si è conclusa nelle scorse settimane con la condanna pronunciata dal giudice Anna Nardo.

LE MOTIVAZIONI Il magistrato premette che «anche per i non pratici di social network è oramai palese che l'utilizzo della rete internet sia veicolo di opinioni molto veloce, capillare e generalizzato». Dunque la scelta dell'utilizzo di Facebook «è stata proprio voluta per avere la massima diffusione del messaggio che voleva far conoscere a una schiera indeterminata di soggetti», con l'intento «di colpire l'attore nel modo più vasto possibile». Le motivazioni sono impietose verso le giustificazioni di chi magari accampa il raptus digitale della frenesia social: «La predisposizione del post non è stata attività occasionale o accidentale, bensì è stata volontaria e consapevole quindi il commento infamante è stato espresso con un post pubblico accessibile a chiunque possa arrivare alla piattaforma Facebook (non solo a gruppo ristretto di contatti) e di conseguenza la volontarietà dell'utilizzo di questo mezzo pubblico ha avuto il fine ultimo di raggiungere quante più persone possibile». Oltretutto è emerso che, «nonostante l'attività giudiziale in corso, il post non sia stato rimosso», perpetuando così l'illecito: «Il testo e le espressioni usate hanno contenuto inequivocabile. La minaccia e l'accusa di abuso di sostanze sono palesi». Il leone da tastiera non si è manco costituito in giudizio, ma ora dovrà rifondere all'agente anche 3.235 euro di spese legali. .

Ultimo aggiornamento: 08:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA