Chiara Rossetto, ad dell'azienda che macina farine dal 1790: «Mi definiscono una creativa: ho portato una ventata di vaniglia nel mestiere di mugnaio»

Domenica 5 Settembre 2021 di Alda Vanzan
Chiara Rossetto, 51 anni,

PADOVA - Di sé dice: «Sono nata e cresciuta in un molino. Da piccola giocavo sui sacchi di farina e sulle montagne di grano, aspettando l'estate e il profumo dei cereali appena trebbiati. Mi definiscono creativa delle farine perché ho portato una ventata di vaniglia nel mestiere del mugnaio». Ecco Chiara Rossetto, 51 anni, sposata, tre figli di 14, 16 e 18 anni, erede di una famiglia di mugnai che risale al 1760. Origini vicentine, padovana di Pontelongo, in tasca il diploma di perito tecnico commerciale, è lei l'amministratrice delegata di Molino Rossetto, l'azienda veneta che in piena pandemia ha segnato una crescita del fatturato del 71% con 95 persone occupate e che tra farine, lieviti e ingredienti per la pasticceria, ha venduto 42 milioni di pezzi, arrivando ad aprire la nuova sede centrale a Codevigo con il primo shop monomarca.
Siete mugnai dal 1760, avete perfino l'albero genealogico. Continuare l'attività di famiglia è stata una scelta o un obbligo?
«Una cosa scontata, io e mio fratello Paolo siamo nati con la consapevolezza che il nostro lavoro sarebbe stato qui: siamo cresciuti in azienda e oggi la guidiamo, io ad, lui in Cda, la mamma Maria Grazia Rodighiero presidente. Per noi non è stata una scelta, ma sicuramente una opportunità. È stato sfidante e ci è piaciuto. Noi siamo nati con questa cultura, tutti i nostri cugini e zii lavoravano all'interno di molini».
In famiglia quanti mulini avete?
«Un mulino in provincia di Vicenza guidato da mio cugino, un altro a Bassano del Grappa e questo di Pontelongo. Ma sono tutte aziende separate».
Ha un blog che si chiama Un tocco di Rossetto.
«Diciamo che l'avevo, perché non l'ho più aggiornato. Mi è servito perché appena entrata in azienda mi sono occupata subito di commerciale e comunicazione e mi sono resa conto che si doveva fare qualcosa di diverso nel mondo delle farine, raccontando anche la nostra storia e sfruttando la mia passione per la cucina».
Qual è stato il tocco che ha modificato l'azienda?
«Questa è sempre stata una azienda industriale vocata a grandi commesse, c'era poca specializzazione, poca identificazione del prodotto. Io ad un certo punto, dopo una crisi commerciale seguita alla chiusura di un mercato, ho preso in mano due pacchetti di farina e ho detto: questi bisogna venderli. Così, a metà anni Novanta, ho iniziato a girare per i discount e a fare contratti. Ma non bastava, era un prodotto povero, non c'era marginalità. Lì è subentrata la mia visione al femminile».
Cioè?
«Sono partita dalla passione per la cucina, mi sono resa conto che quando uscivi da un corso cercavi tanti prodotti che magari al supermercato non c'erano. Così ho iniziato a selezionare i cereali, a confezionare farine speciali, a ricercare grani antichi. E ho chiesto al consiglio di amministrazione, cioè in famiglia, se si poteva acquistare una macchina che facesse delle confezioni diverse. Ho cominciato a colorare i pacchetti e a dare suggerimenti a chi acquistava i nostri prodotti per poterli utilizzare. Da lì è nato quello che oggi è Molino Rossetto, i nostri prodotti sono distribuiti in tutta Italia, da nord a sud, da est ad ovest. Ora la sfida è l'estero: siamo già presenti in 20 Paesi tra Europa, Nord America, Cina, Russia, Nord Africa, il nostro export vale il 10%, ma la crescita futura è lì, vogliamo arrivare nei prossimi 3 anni al 30%».
Il packaging è importante per attrarre il consumatore, ma può essere anche uno spreco. La vostra scelta?
«Abbiamo trovato un equilibrio. Già da dieci anni usiamo carta certificata Fsc, cioè proveniente da fonti responsabili. Cerchiamo di adottare politiche di sostenibilità anche sociali, infatti preferiamo che i nostri fornitori siano del territorio. E stiamo portando avanti un progetto sulla sostenibilità aziendale a cominciare dall'energia che, prodotta da pannelli fotovoltaici, è autosufficiente in tutte le operazioni di confezionamento dei prodotti. Nel packaging abbiamo introdotto il Vpack, un contenitore antispreco con il tappo che consente di usare fino agli ultimi trenta grammi di farina. Con la società Chep abbiamo avviato un progetto basato sul riutilizzo di pallets che in un anno ci ha fatto risparmiare 70 metri cubi di legno pari a 68 alberi, ridurre l'emissione di CO2 di 83 tonnellate, l'equivalente di 2 viaggi in camion intorno alla Terra, e produrre 7 tonnellate di rifiuti in meno».
Testimonial di Oxfam: di cosa si tratta?
«Oxfam Italia è impegnata in programmi di sviluppo per migliorare le condizioni di vita di migliaia di persone nel mondo. Sono andata con loro in Ecuador per la campagna #sfidolafame che sostiene le donne nella lotta per nutrire sé stesse e i propri figli contro discriminazioni, ingiustizia, povertà».
Due anni fa l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica italiana: se lo aspettava?
«È stata una grandissima sorpresa. Anche mio papà Giovanni Carlo era Cavaliere. Per me è stata una grandissima soddisfazione personale, senti l'orgoglio di poter fare qualcosa per l'Italia».
Lei ha rovesciato l'azienda da autodidatta? Senza lauree né master?
«Ebbene sì. Credo mi abbiano aiutato la creatività e la curiosità, mi sono sempre piaciuti i nuovi progetti, ho cercato di portare innovazione, nuovi metodi organizzativi. Il confronto con l'esterno l'ho iniziato sin da quando sono stata socia fondatrice del Leo Club di Piove di Sacco e tuttora in Confindustria Veneto Centro dove faccio parte del consiglio generale».
Azienda, lavoro, famiglia, associazionismo: come si coniuga tutto?
«Si fa. Sono stata fortunata perché la mia famiglia mi ha sempre appoggiato, mio marito mi ha sempre supportato. Certamente ci vuole una grande capacità organizzativa, ma quando una donna diventa mamma e poi gestisce tutto, un master l'ha già fatto».
Durante il lockdown gli italiani si sono innamorati del pane fatto in casa, tra marzo e aprile 2020 ci sono state punte del 213% nella vendita di prodotti da forno. È stato così anche per voi?
«In quel periodo la domanda di farine e lieviti era superiore all'offerta, tutti i supermercati erano svaligiati. La verità è che la farina c'era, erano gli imballaggi a mancare. Noi comunque ce l'abbiamo fatta, ma ci arrivavano richieste da Inghilterra, Francia, Germania. Devo dire che organizzare l'azienda in piena pandemia è stato impegnativo, all'inizio non si sapeva niente dei codici Ateco, lo smart working manco si conosceva. Però quel periodo ci è servito a evidenziare le criticità, ad attivarci per aumentare la digitalizzazione e sfornare nuove idee a cominciare dalla destagionalizzazione dei prodotti».
Donne e lavoro: la parità c'è?
«Ancora oggi non è facile, anche per me non lo è stato. Nel mercato esterno in molti tavoli ci si trova ancora in minoranza. Soprattutto nella mia generazione ci sono ancora pregiudizi, da piccole non ci raccontavano la storia del Ceo donna, ma del principe azzurro».
Ai giovani cosa consiglia?
«Studiare, essere indipendenti sempre».
I suoi figli seguiranno le sue orme?
«Se lo faranno sarà una loro scelta».
Il suo luogo elettivo?
«Sto bene a casa mia, in azienda, ma mi piace anche viaggiare».
Un aggettivo per descrivere suo marito?
«Intelligente, comprensivo, adorabile»
Il capo di abbigliamento che non indosserebbe mai.
«Oggi una minigonna».
Il regalo più costoso ricevuto e da chi?
«L'anello, da mio marito. Quello di fidanzamento».
L'ultimo libro letto.
«Cambiare l'acqua ai fiori di Valérie Perrin».
 

Ultimo aggiornamento: 6 Settembre, 09:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA