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Umberto e Greta travolti dal motoscafo sul lago di Garda, condannati i tedeschi

I familiari delle vittime: «Sulla loro coscienza resterà un grande dolore»

Martedì 22 Marzo 2022 di Claudia Guasco
Umberto e Greta travolti dal motoscafo sul lago di Garda, condannati i tedeschi

La notte del 19 giugno scorso l'aria era tersa, l'acqua immobile illuminata dalla luna. Il gozzo di legno con a bordo Umberto Garzarella, 37 anni, e Greta Nedrotti, 24 anni, era fermo con le luci laterali accese. Il Riva Aquarama è piombato loro addosso, uccidendo Umberto sul colpo mentre il corpo di Greta è stato trovato il giorno dopo a cento metri di profondità. «Non ci siamo accorti di quella barca, abbiamo sentito un rumore e pensavamo di aver colpito un tronco», si sono difesi i due tedeschi del motoscafo davanti ai giudici del Tribunale di Brescia. Che ieri hanno emesso un doppio verdetto di condanna, ma con pene decisamente inferiori rispetto alle richieste dalla Procura. «Alla fine sembra che la colpa sia del mio Umberto che si è fermato con la barca in mezzo al lago», è l'amarezza del papà Enzo.
LE PERIZIE
Quattro anni e sei mesi a Patrick Kassen, che ha ammesso di essere ai comandi al momento dell'incidente, due anni e undici mesi Christian Teismann, manager di una multinazionale che produce computer e proprietario del Riva. Il pm Maria Cristina Bonomo aveva chiesto sei anni e mezzo per il guidatore e quattro anni e sei mesi per l'amico, frequentatore abituale di Salò.

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Le accuse: omicidio colposo, naufragio e omissione di soccorso. Ma quest'ultima contestazione non è stata riconosciuta dal giudice, poiché Greta dopo essere stata sbalzata dal gozzo con ferite gravissime è morta in un paio di minuti. Nessuno avrebbe potuto salvarla. Il processo è stata una battaglia di perizie. Per i consulenti della Procura il Riva correva a più di 20 nodi circa 40 chilometri orari - la difesa ha contestato le modalità di misurazione sostenendo invece che l'imbarcazione dei due tedeschi viaggiasse «tra i 7,8 e i 9,5 nodi». E poi c'è la questione dell'alcol. Gli investigatori hanno ricostruito l'allegra giornata dei tedeschi, con vari brindisi mentre assistevano al passaggio della Mille Miglia e cena finale al ristorante.

Il gozzo dilaniato è stato trovato all'alba del giorno dopo da un pescatore e, quando i carabinieri hanno rintracciato i due amici che dormivano in hotel, Teismann si è rifiutato di eseguire il test, mentre il tasso alcolemico di Kassen era di 0,38 grammi per litro di sangue. Dunque inferiore al limite di legge (che è 0,5 grammi, come per la guida dei veicoli) e si trattava tra l'altro del secondo test: il primo avrebbe dato risultato negativo. Il fatto che fossero trascorse quattordici ore dallo schianto, secondo il pm, è determinante. «Solo con una lettura partigiana e intellettualmente disonesta si può ignorare la velocità con la quale il motoscafo Riva ha travolto la barca. Come non hanno potuto vederla? La totale assenza di lucidità del pilota Patrick Kassen lo ha reso possibile. Hanno consumato alcolici per tutto il pomeriggio». Quanto a Teismann, per i suoi legali Michele e Alessandro Gentiloni Silveri «era un semplice passeggero del motoscafo condotto da Kassen. Giuridicamente è difficile ipotizzare una sua responsabilità per l'incidente. Proporremo l'appello».

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IL DOLORE DEI GENITORI
Alla lettura del verdetto, come a tutte le udienze del processo, c'erano il padre di Umberto e i genitori di Greta. «Non possiamo fare altro che accettare il giudizio, la legge italiana è questa. La nostra condanna è iniziata il 19 giugno - dicono il papà e la mamma della ragazza - Purtroppo non ci sono le leggi per l'omicidio nautico, ci auguriamo che questo dolore per lo meno servirà ad altri. Non ci aspettavamo pene più pesanti, ma noi la condanna la sconteremo per tutta la vita. E fa male. Comunque abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Adesso andiamo avanti, è l'unica». Il 19 dicembre Enzo Garzarella ha incontrato Teismann sulla tomba del figlio, che quel giorno avrebbe compiuto gli anni. «Ho parlato con i due imputati, sono sempre andato in aula per rispetto ai ragazzi ma non ho mai riflettuto sull'entità della pena», racconta. «Dentro di me pensavo: Magari è stata una disgrazia. Però la sera era troppo limpida, è impossibile non accorgersi di tagliare in due un gozzo. Per me la vita è finita quel giorno. Non sono nemmeno riuscito a entrare nell'appartamento di mio figlio, non ho il coraggio di sistemare la sua roba. Vado nel bosco in montagna, aggiusto la nostra casetta e la sera mi scende la malinconia perché non posso raccontargli tutto quello che ho fatto».

 


 

Ultimo aggiornamento: 23 Marzo, 10:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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