Vettor Pisani, il capitano generale della flotta che salvò la Serenissima

Lunedì 25 Ottobre 2021
Vettor Pisani nel ritratto di Matteo Bergamelli

VENEZIA - Mai come per lui l'inversione del detto “dalle stelle alle stalle” fu più indicata. Perché Vettore Pisani passò in pochi mesi dal carcere e dalle accuse di incuria e codardia alla vittoria della Guerra di Chioggia, rompendo l'assedio genovese che per la prima volta nella storia di Venezia – almeno fino al 1797 – rischiò di cancellare per sempre la Serenissima. Però, prima di quel momento, in effetti, una caduta dal firmamento dei condottieri veneziani fino al fango l'aveva vissuta sulla sua pelle.

Era il 1379, e si era alla quarta guerra coi potentissimi genovesi, attestati in molti porti mediterranei e capaci di una potenza militare marittima imponente. Le ostilità erano scoppiate per il controllo dell'isola di Tenedo, strategica per controllare l'ingresso allo stretto dei Dardanelli. Dopo aver vinto una battaglia sulle acque laziali di Azio, a Pisani fu comandato di dedicarsi ad altre missioni, tra Cipro, la Puglia e le coste dalmate. Fu al ritorno da una di queste che la sua flotta rimase danneggiata a causa di una tempesta. Riparato a Pola fu raggiungo e sfidato dalle venticinque galere di Luciano Doria; fu convinto a dare battaglia dai suoi ufficiali mentre lui, in evidente inferiorità, avrebbe preferito attendere l'arrivo dei rinforzi con Carlo Zen.

Fu una disfatta: portato in città in catene, fu condannato a sei mesi di prigione, oltre all’esclusione da ogni carica pubblica per cinque anni. Gli Avogadori avrebbero voluto addirittura la sua morte, ma il doge Andrea Contarini intercedette e la pena fu tutto sommato limitata. Fino a quel momento la sua carriera politica, militare e mercantile aveva avuto degli alti e bassi, ma era stata di tutto rispetto: nato nel 1324 nella parrocchia di San Fantin da Pietro Pisani e Valviria Alberti, si era avviato ben presto ai commerci muovendosi fin dal 1350 tra Costantinopoli e Venezia, ottenendo diversi appalti nelle varie “mude”.

La sua carriera politico-militare iniziò invece l'11 gennaio 1353 con la nomina a sopracomito in armata, ma fu solo l'inizio: fra il 1357 e il 1360 fu rettore a Negroponte; nel 1361 fu nominato capitano delle galere dirette alla Tana, in Crimea, ma lo scoppio della rivolta a Candia indusse il Senato – proprio in funzione delle capacità che aveva dimostrato fino a quel momento – ad assegnargli la carica di capitano in Golfo; divenne rettore alla Canea, sull’isola di Creta, proprio nella fase più accesa delle ostilità anti-veneziane. Al termine del mandato assunse il ruolo di console alla Tana, carica alla quale fu eletto il 26 gennaio 1365. Dopo una breve permanenza a Venezia divenne castellano a Corone e Modone, sulla punta estrema del Peloponneso, dove si fermò per una decina d'anni.

Fu qui che – allo scoppiare delle nuove ostilità contro Genova – lo colse la nomina a capitano generale da Mar, il 22 aprile 1378, e al comando di quattordici galere si portò nel Tirreno con l’obiettivo di affrontare la flotta genovese. Il resto è l'inizio di questo ritratto: i genovesi si impadronirono di Chioggia e si attestarono su alcune isole, con alcune loro imbarcazioni già dentro la laguna. Mai Venezia era stata in così grave pericolo. Il governo veneziano, in grave affanno, nominò Taddeo Giustinian a capo della flotta ma il doge Contarini, ascoltando le richieste del popolo che rischiavano di divenire rivolta, decise di liberare Pisani, che era molto amato, e mettendolo al comando.

Ne nacque una controffensiva immediata ma molto lunga e tattica, tesa a imprigionare le navi genovesi in laguna e a isolare Chioggia, producendo un contro-assedio. La manovra, complessa e rischiosa, riuscì: le operazioni finali iniziarono nella notte tra il 21 e il 22 dicembre 1379 e si protrassero fino al primo gennaio 1380, quando i genovesi asserragliati a Chioggia persero le speranze all'apparire all'orizzonte delle navi di Carlo Zen, tornate a dare manforte. Chioggia tornò veneziana il 23 giugno. Vettor Pisani era un eroe. Ma non fece in tempo a godere della gloria guadagnatasi sul campo: ripreso il largo con la flotta per allontanare definitivamente la minaccia, inseguendo le navi genovesi e riconquistando alcune località costiere, contrasse una forte febbre che lo fece morire a Manfredonia il 13 agosto 1380.

Riportato a Venezia ebbe funerali solenni e fu sepolto a Sant'Antonio di Castello. Quando l'edificio fu abbattuto, nell'Ottocento, un suo discendente ottenne di trasportarne le ceneri in un oratorio a Montagnana. Parti del monumento funebre originale, invece, furono integrate a un nuovo monumento realizzato nella basilica dei Santi Giovanni e Paolo negli anni Venti, sulla base di un acquarello settecentesco. Sua è una delle statue erette a Padova, in Prato della Valle.

 

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