Così bar, snack, ristoranti e catene di offerte food si stanno mangiando Venezia

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Così bar, snack, ristoranti e catene di offerte food si stanno mangiando Venezia (foto di archivio)

di Roberta Brunetti

VENEZIA - In quella che era una banca, chiusa da qualche mese, i lavori di ristrutturazione procedono di buona lena, con gli operai che sistemano gli impianti, tra i banconi del futuro bar già visibili. Qui aprirà l'ennesima offerta alimentare da turisti, il quarto punto vendita a Venezia della catena Farini, a metà strada tra un forno e uno snack bar, destinato a ingrossare le file di quel settore food che continua la sua avanzata inesorabile. Siamo in campiello Riccardo Selvatico, tra la fine di Strada Nova e il ponte dei Zogatoli. Tradizionale snodo di gran passaggio, quindi sempre più intasato di turisti, che negli anni ha visto stravolgere anche il suo sfondo di attività commerciali. Un caso emblematico, tra i tanti, di una città che con le botteghe sta perdendo la sua stessa identità. Chi ha qualche decennio di vita lagunare alle spalle, ricorderà bene come si presentava questo angolo di Venezia, con negozi di qualità per una clientela esigente: dal negozio di arredamento alla rivendita di lana. Ricordi di un passato che fa a pugni con la desolazione attuale.

L'ULTIMO ARRIVATO
L'arrivo di Farini è solo l'ultimo atto. La Carige, che occupava piano terra e primo piano, ha chiuso alla fine dell'anno scorso. I muri sono stati acquistati dalla famiglia Panto che ha affittato il pianterreno alla catena di bakery. Oltre 100 metri quadri che saranno attrezzati con banconi e tavolini. Il nuovo locale dovrebbe aprire nel giro di qualche settimana, forse già per settembre.

In un campiello di modeste dimensioni, sarà il quarto locale destinato al food. Una volta qui c'era solo un minuscolo bar d'angolo. Ora ospita Frullalà, locale specializzato in frullati e centrifughe da asporto, ormai una presenza storica.

Più recente l'apertura di un altro piccolo bar, nell'altro angolo del campiello, più defilato. Qui trent'anni fa c'era il negozio di filati che chi vive in campo ricorda ancora con nostalgia. Piccolo e di qualità, aveva clientela che arrivava anche da fuori. Poi quel tipo di merce non ha più funzionato. Per qualche anno si è trasformato in un negozio di collant, poi in un negozio di vetri. Negli anni 2000 ha aperto un negozio di abbigliamento e accessori giovanili, ma anche questo non ha retto. E così, un paio d'anni fa, è arrivato un bar. I primi gestori, che puntavano su un'offerta particolare, hanno chiuso dopo tre mesi. Ora, con il Bacaro Amoenus, siamo già alla terza gestione.

CAMBI DI GESTIONE
Un caso anche questo tipico. Perché in questa esplosione di locali sono in tanti che poi non ce la fanno e i passaggi tra gestori sono continui. Cambi di gestione anche per il locale più ampio del campiello, quello che un tempo ospitava Boselli, negozio d'arredamento di tendenza, che vantava una clientela internazionale e che ormai da anni ha scelto deliberatamente di lasciare il centro. In quegli spazi ampi c'è un ristorante-pizzeria Al 56zerotto, con annessa pizzeria al taglio, che da quattro anni è stato rilevato da imprenditori cinesi. Ad ascoltare le voci del campiello i precedenti gestori hanno dovuto lasciare per gli affitti altissimi pretesi dalla proprietà: anche questo un classico veneziano.

I SUPERSTISTI
In mano a imprenditori cinesi sono anche la gestione di un negozio di abbigliamento da battaglia, così come il vicino negozio di camicie, che fa angolo con il campiello successivo. Qualcuno ricorderà che qui c'era Sartori, negozio di calzature di qualità. Oggi si vendono camicie a 20 euro. A completare la panoramica delle botteghe del campiello, un ottico e un'oreficeria. Forse le uniche attività non assimilabili a questa monocultura turistica sempre più al ribasso. Quanto resisteranno? Chissà... La gente è scettica sul futuro. A due passi, d'altra parte, c'è il ponte dei Zogatoli, che di un passato diverso ha conservato solo il nome: vende souvenir. Passato il ponte, poi, in salizada San Giovanni Grisostomo il food dilaga: ha conquistato una dozzina di locali su venti. A chiudere la calle ci sono le vetrine che furono di Coin: chiuse e impolverate. Ma questa è un'altra storia, non meno sconfortante.
Roberta Brunetti
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Venerdì 16 Agosto 2019, 11:52






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5 di 15 commenti presenti
2019-08-19 11:27:43
D'altra parte se non viene effettuata una selezione degli esercizi, se si procede imperterriti con la liberalizzazione selvaggia con il placet delle amministrazioni comunali questo è il risultato.
2019-08-18 09:23:48
Ma perche’ fare i nomi di solo una parte delle attivita’ e non tutte?
2019-08-16 23:23:48
Chi sono i proprietari dei fondi di negozio che affittano a Venezia? I veneziani mi pare ...tutto il resto viene da se’ ...
2019-08-18 06:57:49
Magari fossero i veneziani, forse cinquant'anni fa !Dopo il '66 c'è stata la corsa a vendere, per paura e naturalmente hanno comprato i foresti danarosi. Per non parlare degli appartamenti ed immobili vari venduti dagli eredi dei proprietari veneziani, che non possono essere eterni. Quando muoiono, in genere gli eredi vendono o trasformano in ostelli per turisti, anche piani di palazzo di gran pregio !
2019-08-16 15:02:26
Perfettamente inutile dedicare pagine e pagine all'assalto commerciale a Venezia. Domandianoci perche' le amministrazioini politiche veneziane abbiano asfaltato la programmaziome urbanistica della citta' storica. 40 anni fa c'era l'asserssorato all'urbanistica incaricato di redigere i piani urnaistici dsella citta'. Per fare un esempio un certo rione doveva avere tot esercizi commerciali, tot esercizi di somministrazione di bevande e cibi. una farmacia, , una banca, eccetera. Con l'avvento di Cacciari, Paolo Costa e Brugnaro tutto e' stato azzerato permettendo il caos commerciale e fai da te delle affittopoli dei banchetti e dei negozietti ai bengalesi. Per non parlare dei cinesi che, contanti in mano, s'impadroniscono della citta', senza che politica e magistratura dicano un piffero.