«Noi veneti del Venezuela, siamo i nuovi profughi fantasma»

Lunedì 3 Febbraio 2020 di Davide Scalzotto
La famiglia Mattarolo Castillo
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Si sentono profughi fantasma. Fortunatamente per loro non sono arrivati con barconi o a piedi, ma con regolare biglietto aereo e con i documenti. Un tipo diverso di fuga, di cui però nessuno parla. Eppure hanno lasciato tutto da un giorno all'altro: soldi, casa, lavoro, affetti. Scappano da un Paese lacerato da lotte politiche e militari, dalla dittatura, dove 1500 bambini ogni mese muoiono per mancanza di medicine. E soprattutto loro sono italiani, veneti prima di tutto. E il Veneto ora è il loro rifugio. La storia delle famiglie Grespan e Mattarolo, originarie del Trevigiano, racconta anche la vicenda umana di altri duemila veneti-venezuelani tornati qui che hanno lasciato il loro Paese, strangolato da una situazione su cui è sceso il silenzio dopo settimane di grande attenzione. Eppure in Venezuela si contano 4 milioni e mezzo di profughi su una popolazione di 26 milioni, spesso costretti a fuggire a piedi in Colombia, Perù, Cile.
I veneti in Venezuela sono invece 5 milioni: un quinto della popolazione. Ora quelli che sono scappati, qui nella loro terra di origine, 2mila circa appunto, si sentono profughi di ritorno. Due volte in fuga: la prima quando negli anni Cinquanta se ne sono andati da emigranti in cerca di fortuna, la seconda ora. Un ritorno forzato, silenzioso, il loro. Perché tutti stanno cercando di ricominciare una vita, in attesa di rimpatriare in Venezuela. Ma intanto stanno in Italia. La loro patria di origine, però, ha una posizione ambigua: è uno dei pochi Paesi a non aver riconosciuto ufficialmente il governo di Juan Guaidò, anche se l'ex governo giallo-verde aveva definito illegittime le ultime elezioni che hanno confermato Nicolas Maduro, chiedendo una nuova consultazione e impegnandosi a un generico sostegno alle imprese e ai lavoratori italiani in Venezuela. Il risultato è che gli italiani che potevano sono scappati.

IL RITROVO
Solo a Treviso ci sono circa 200 di questi profughi fantasma, veneti di origine e venezuelani di prima, seconda o terza generazione. Ogni sabato mattina un gruppo di loro si trova in un bar del centro, il più giovane ha 85 anni. Discutono, ricordano, si rammaricano di essere venuti via e del silenzio che c'è attorno alla loro storia. Parlano un misto di dialetto e spagnolo. Raccontano di quando sono arrivato in Venezuela in nave, inventandosi un lavoro e acquisendo negli anni una stabilità economica per mantenere anche i loro parenti che erano rimasti in Italia. «Vede - dice uno di loro, che non vuole il nome per un misto di riservatezza e diffidenza - le rimesse degli italiani all'estero sono state una delle prime voci dell'economia italiana. Ma oggi lo Stato non ci dà alcuna riconoscenza. La nostra patente, per dire, non vale più da quando l'Italia non riconosce quella venezuelana. A 85 anni sto rifacendo la teoria... Dopo aver lavorato una vita, non abbiamo pensione. Per avere cure mediche abbiamo preso residenza, non bastava la doppia cittadinanza». Alla faccia dei dibattiti sui vari tipi di ius per gli stranieri che arrivano in Italia, la condizione di questi cittadini italiani è simile a quella di chi italiano non è mai stato. «Eppure tasse qui le abbiamo pagate e le paghiamo», dicono. Fosse per loro tornerebbero in Venezuela anche domani. «Quel Paese ci ha dato tanto, abbiamo vissuto là la nostra giovinezza, abbiamo faticato ma abbiano trovato un Paese che ci ha accolto, con le sue regole, ma dandoci possibilità. Noi siamo sbarcati sapendo che le regole di chi ci accoglieva le dovevamo rispettare, non abbiamo mai avuto problemi. Anzi, i problemi li abbiano qui, oggi».
Carlo Castillo, detto Nene, ha 67 anni. È il più giovane del gruppo del sabato mattina. Un ragazzino, a confronto degli altri. Architetto, ex professore universitario, imprenditore, scrittore, una lunga carriera politica in patria, ha sposato una trevigiana trapiantata in Venezuela.
«La nostra famiglia - racconta - arrivò in Venezuela negli anni Cinquanta, come tanti veneti. Con gli anni abbiamo avviato una società edile. Io, venezuelano di nascita e basco di radici, ho sposato una trevigiana e oggi abbiamo 3 figli - Carlo, Cristian e Manuel - e 7 nipotini. Carlo e Cristian sono venuti con me a Treviso con i loro figli, Manuel è in Inghilterra. Tra veneti e venezuelani cè sempre stata intesa, i veneti sono diventati benestanti e hanno mandato soldi qui e negli anni per fortuna hanno investito anche a Treviso. Quegli investimenti oggi hanno salvato la nostra famiglia».

La fuga dal Venezuela è avvenuta in fretta: prima con Chavez e poi con Maduro il Paese ha avuto un crollo, economico, politico e sociale. «Se ne è parlato tanti mesi fa con le manifestazioni di piazza - continua Carlo - ma ancora adesso, che è calato il silenzio, non è cambiato nulla. Il Paese è in sofferenza. Io avevo, e ho ancora, uno studio di architettura, si viveva bene grazie al lavoro delle aziende. Ora lo studio è aperto con due persone che stanno chiudendo vecchi progetti. Finiti quelli, non ci sarà altro. Qui in Veneto siamo centinaia. In Venezuela abbiamo abbandonato tutto quello che avevamo costruito, quello per cui abbiamo speso una vita. Siamo venuti via perché quello non è più il Paese che conoscevamo, è una dittatura militare».
Carlo e la famiglia sono tornati a Treviso tre anni fa. «Era giugno - ricorda - Prima venivamo una volta l'anno in vacanza. Ora è la nostra casa. Io sono partito da un giorno all'altro. Ho preso carta di credito, il necessario, pochi vestiti e basta. Ho lasciato tutto: casa, studio, mobili, il cane... Mi hanno svaligiato casa più volte».

RIPARTIRE DA ZERO
E a Treviso sono ripartiti da zero. «Il Prosecco ci ha salvato - scherza - Quando siamo arrivati non avevamo nulla. Solo una piccola attività di export di mobili col Venezuela, però con la crisi esportavamo poco. Ora esportiamo mobili da cucina a Miami. Assieme al Prosecco. Il Prosecco, da buoni trevigiani, ci dà da vivere».
Eppure c'è, nelle parole di Carlo e degli altri patriarchi delle famiglie di emigrati di ritorno, quella sensazione di sentirsi stranieri in madre patria. «Siamo arrivati qui in aereo - dice - con i documenti in regola e per questo non facciamo statistica, non risultiamo in fuga da niente. Come fossimo turisti e viaggiatori d'affari con doppia cittadinanza. Perché non c'è un conto esatto di quanti venezuelani di origine italiana sono scappati, né si sa in che condizioni vivano. Ma siano arrivati qui senza niente, abbiamo ricominciato daccapo. E come noi, tanti connazionali».
«Chiediamo - spiega ancora Carlo - che chi è tornato qui dopo una vita di lavoro, possa vedere riconosciuti i propri sacrifici. Chiediamo un'azione convinta anche dall'Italia per avere elezioni libere, democrazia in Venezuela. Non credo che la strada sia l'intervento militare perché non si può ripristinare la democrazia con un'azione non democratica. Una guerra si sa quando inizia, mai quando finisce. La pressione internazionale su Maduro è fondamentale, per questo ci chiediamo cosa voglia fare l'Italia. Io, a nome della nostra comunità, avevo avuto garanzie dall'ex presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, dai segretari di tutti i partiti. Avevamo incontrato anche il governatore Luca Zaia, come veneti. Invece poi la mozione di condanna contro Maduro a Roma non c'è stata, Guaido non è stato riconosciuto come presidente a differenza di tutti gli altri Paesi occidentali. Ora chiediamo di non essere dimenticati». In fondo, però, resta il desiderio di rientrare in Venezuela, di trovare un Paese nuovo. «Tutti vogliamo tornare, ma non possiamo - conclude Carlo - Anche per una questione economica. Tornare ora significa morire. Io dico sempre che adoro l'Italia, ci sto bene, è la casa di origine della nostra famiglia, ma non vogliamo sentirci stranieri qui».
 

Ultimo aggiornamento: 15:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA