Inizia il processo, la mamma di Valeria Solesin: «Disprezzo quei terroristi, ma non mi fanno paura»

Mercoledì 8 Settembre 2021 di Nicola Munaro
Oggi a Parigi si apre il processo ai terroristi del Bataclan

VENEZIA - Valeria Solesin era arrivata a Parigi alcuni anni prima. Era partita da Venezia per studiare alla Sorbona e completare il dottorato all’Istituto di Demografia sulle tematiche di genere e l’importanza dell’occupazione femminile. Valeria morirà al Bataclan il 13 novembre 2015, unica vittima italiana dell’attentato marchiato Isis al teatro dove gli Eagles of Death Metal stavano suonando. Quella notte apriva all’Europa la porta dell’inferno. Quella notte diventerà spina dorsale del processo che si aprirà oggi a Parigi, al Palazzo di Giustizia, sull’Ile-de-la-Cité, all’interno della sala Grand Procès, allestita in un anno e mezzo per ospitare un dibattimento chiamato a diventare un simbolo di legalità nella lotta al terrorismo e che si chiuderà con la sentenza in programma tra il 24 e il 25 maggio: otto mesi di udienze serrate, dal lunedì al venerdì. La stessa aula verrà utilizzata per mettere di fronte alla giustizia i responsabili dell’attentato a Nizza.
Luciana Milani però oggi non ci sarà. Lei, la mamma di Valeria, è rimasta a Venezia: «Ora non ne vale la pena - racconta - sono ancora udienze tecniche, parteciperò ad alcune delle prossime. Noi saremo parte civile nel dibattimento».
Che processo sarà?
«Penso che sarà un processo miliare e sono felice di come la Francia lo stia trattando, di come stia informando noi parti civile: è un fatto sostanziale e non solo di rispetto verso le vittime e i parenti».
Cosa si aspetta dal dibattimento?
«Di vedere svolgersi un procedimento di giustizia e acclaramento della verità, mi interessa entrare nei meccanismi, capire tante cose, come e perché sia successa una cosa del genere. Capire come gli imputati si comporteranno, che atteggiamento avranno, delle condanne mi importa meno. Sono invece sicura che il processo darà spazio alle vittime e, una volta concluso, permetterà il mantenimento e lo stabilirsi di una memoria delle vittime del 13 novembre 2015».
Testimonierà?
«Di questo non voglio ancora parlare».
Quando parteciperà alle udienze si troverà a pochi passi da alcuni degli autori di quella strage, potrà guardarli negli occhi...
«Potrei, sì, ma sono anche poco interessata, diciamo che sono persone di cui ho il massimo disprezzo, non più di questo: mi sono piuttosto indifferenti. Non mi fanno paura».
Cos’è stata, a quasi sei anni di distanza, quella notte?
«È stato un attacco al modo di vivere occidentale, le vittime erano persone giovani, e non solo, che portavano avanti la loro vita, lavoravano e si divertivano. Persone integrate nella società. È stato un attacco all’essere cittadini, alla polis, alla comunità. Ma penso che il processo lascerà questo aspetto sullo sfondo per radicarsi sui fatti e su come sia stato possibile succedesse».
Valeria non è stata dimenticata...
«Da Venezia un sentimento della città per Valeria c’è sempre, la ricorda la sua scuola, il Benedetti, ci sono borse di studio in tutta Italia. Il Covid ha reso tutto più complicato ma questo processo sarà un momento per ricordare queste 130 vittime».
Di quella notte cosa ricorda? 
«Non ne voglio parlare».
Come sono state le vostre vite dopo il 13 novembre 2015?
«Sia io che mio figlio e mio marito abbiamo cercato di essere quelli di prima, speriamo di esserci riusciti».
Vi siete sentiti soli?
«No, nessuno ci ha lasciato soli, dalla città alle istituzioni. Poi, però, ci sono i momenti in cui sei da solo».
Cos’è rimasto di Valeria?
«Staremo a vedere nel processo: ci sono la vittima e i sopravvissuti, sarà un momento di confronto e di riflessione. Sono situazioni che aprono ferite...».

La mamma di Valeria

Ultimo aggiornamento: 16:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA