Valeria Solesin, la mamma ai terroristi del Bataclan in aula: «Cosa sono per voi questi 130 morti?»

La madre della ragazza veneziana testimone al processo. Il terrorista superstite Salah: «Attentato per infliggere alla Francia il nostro stesso dolore, niente di personale»

Giovedì 14 Ottobre 2021 di Redazione Web
Valeria Solesin, la mamma ai terroristi del Bataclan in aula: «Cosa sono per voi questi 130 morti?»
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VENEZIA - Mi chiamo Luciana Milani, sono la madre di Valeria Solesin, uccisa al Bataclan. Vivo a Venezia con mio marito Alberto. A Venezia vive anche nostro figlio Dario. «Ho sentito dire da uno degli imputati che l’uccisione di 130 persone non ha “niente di personale”. Questa locuzione, così banale e anche così convenzionale, mi ha fatto pensare. E’rivelatrice di un pensiero più profondo e non detto: questi morti non sono persone, non sono esseri umani, sono qui solo per interpretare la parte che noi vogliamo dar loro, sono dei burattini nelle nostre mani. Sono metafore di quello che noi odiamo, di quello che noi vogliamo combattere».

 

Valeria, nostra figlia

Aveva 28 anni, stava concludendo un dottorato in demografia e aveva un incarico di insegnamento alla Sorbona. Viveva in Francia dal 2009 e a Parigi dal 2010. Aveva appena cambiato casa, viveva nell’11°, a 10’ dal Bataclan. Era una persona felice. E fonte inesauribile di felicità, e anche di vero divertimento, è stata per noi. Anche oggi il riverbero di quella felicità si fa sentire e ci permette di guardare avanti. La Monde ha dedicato anche a lei una pagina - En Memoire - che descrive molto bene il suo spirito indomito. La piangeremo per sempre. Al suo funerale hanno parlato il Patriarca di Venezia, il Rabbino capo della Comunità ebraica, l’Imam della nostra città. Unanime è stata la condanna dell’attentato e concorde l’appello alla condivisione dei valori civili e umani. Una cerimonia per tenere lontano l’odio. E’ terribile invece quando la religione viene invocata contro qualcuno. Questo sembra sia accaduto il 13 novembre.

Niente di personale

«Chiedo agli imputati di chiarire, di manifestare il loro pensiero su questo punto. Cosa rappresentano per loro questi 130 morti, i morti che noi piangiamo e che per motivi che sfuggono a tutti noi sono diventati il loro bersaglio? Cosa rappresentano o hanno rappresentato per loro?

Parigi non è stata colpita nei suoi edifici o nelle sue infrastrutture, ma nelle persone che la vivono, nella comunità urbana. E della comunità urbana facevano parte quella notte tantissime persone, non solo francesi. Le vittime appartengono a 19 nazionalità diverse. Insieme a Parigi e alla Francia è stata colpita l’Europa e il mondo intero, almeno quella parte di mondo che condivide i valori della democrazia, del rispetto dei diritti umani e della tolleranza. Forse sono questi i valori che volete o avete voluto combattere?

Io come tutte le altre parti civili presenti in quest’aula cerco un senso, se non propriamente delle risposte. E una parte delle risposte non può che venire dagli imputati. Anch’essi infatti fanno parte del processo che porta all’accertamento dei fatti e delle responsabilità. La loro partecipazione sarebbe prima di tutto il riconoscimento dell’istituzione processuale e dei suoi fondamenti democratici. Penso anche che questo sia dovuto alle parti civili.

La capacità della democrazia di restare sé stessa è di per sé una vittoria dello stato di diritto. Il fatto che il processo sia celebrato, che gli imputati abbiano diritto alla difesa e debbano essere ascoltati è molto importante.

 

Perché sono qui

Sono a Parigi e sono in questa aula perché ho capito che questo processo, come i fatti che l’hanno preceduto, sono una parte imprescindibile della mia vita. Una parte che non può essere accantonata, nè dimenticata. Una parte che bisogna avere il coraggio di guardare in faccia , viverla per quello che è e farne un oggetto di riflessione. Non abbiamo un’altra vita e la consapevolezza è l’unica strada che abbiamo per poterne influenzare il percorso.

Il mio essere qui ha proprio questo senso. Desidero che la mia testimonianza, insieme a tutte le altre, faccia sì che il dolore e la sofferenza delle vittime entri a far parte della storia. Devono essere ricordate perché questo costruisca un cammino civile che sarà argine al diffondersi del terrorismo e della mentalità che lo alimenta.

Trovo molto ammirevole lo spazio che il processo riserva ai testimoni e ai loro familiari. Penso che sia molto significativo che tutti possano dare una testimonianza non solo fattuale.

Ringrazio per questo tutti i testimoni che si sono avvicendati. Le parole sono importanti e ascoltare quelle degli altri mi è stato veramente di insegnamento.

 

Parti civili non francesi

Non è stato facile per me, inserirmi nella trama di questo procedimento. La lontananza geografica per forza di cose crea anche tante lontananze diverse. Di questo sono consapevole e penso che sia un sentire comune anche di altre parti civili che non sono francesi. Da parte nostra ci vuole un surplus di fatica per capire e partecipare. La lontananza accresce il senso di irrealtà che tanti hanno sottolineato. Subisci un lutto e i fatti che l’hanno provocato risultano indecifrabili e remoti. Eppure la nostra presenza ha un senso perché rende palese la realtà di un attacco sferrato ad una comunità cosmopolita, costruisce la base per la costruzione di una più inclusiva identità europea, giova alla memoria dei nostri perduti. Spero che siano in molti a dare il loro contributo. A questo proposito mi rammarico con la Presidenza per l’impossibilità di collegarsi alla web radio dall’estero.

Un pensiero per Valeria

Permettetemi infine di rivolgere il mio pensiero a mia figlia, così crudelmente strappata alla vita. Questo le devo. Quando vengo a Parigi porto sempre un fiore dove c’è la lapide con i nomi degli assassinati al Bataclan. E’ nel giardinetto più brutto di Parigi, ma non importa. Quel fiore è per i nostri figli, le nostre sorelle e fratelli, per i nostri amori.

Grazie

Ultimo aggiornamento: 15 Ottobre, 02:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA