I "super-genitori": «La nostra maxi famiglia aperta nel cuore di Venezia»

Domenica 17 Ottobre 2021 di Angela Pederiva
Elisa Destà e Andrea Tripodi
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VENEZIA - Nel cuore della Venezia che si svuota di residenti e si riempie di B&b, c'è un'abitazione che trabocca di amore, fiducia, ottimismo. All'interno dell'ex convento alle Muneghete, nel sestiere di Castello, il Patriarcato insieme alla Comunità Papa Giovanni XXIII ha aperto una casa-famiglia. In senso letterale: non una struttura con gli operatori e i turni, ma un appartamento con una mamma, un papà e 4 figli, quelli naturali, a cui spesso e volentieri si aggiungono i loro fratelli affidatari, bambini e ragazzi che arrivano da situazioni difficili e che qui trovano un calore insperato. «Coraggiosi noi? Ma no, è solo che ci viene facile volere bene...», si schermiscono Elisa Destà e Andrea Tripodi, 39 anni entrambi, mentre fra una stanza e l'altra rimbalzano voci e risate, nel silenzio genuino della città che cerca di resistere alla desolazione dello spopolamento e all'assalto dei trolley.

COLORI E FRAGILITÀ
Dalla scorsa estate le ex celle, affacciate su un lungo corridoio che è un'invidiabile pista da giochi, sono diventate camerette ricolme di quaderni, qualche pupazzo, colori. Se il desco della cucina non basta, c'è il tavolone del soggiorno. «Preparare da mangiare per sei non è poi così diverso che farlo per sette o per otto», spiegano moglie e marito con disarmante semplicità, tratteggiando l'immagine elastica di una quotidianità che si allarga e si restringe a seconda delle presenze. Finora minorenni in condizione di fragilità, però l'idea è di accogliere anche adulti che si trovino in contesti di marginalità, nello spirito della Casa San Giuseppe che ospita la famiglia Destà-Tripodi, ma pure la mensa per i senzatetto, il dormitorio femminile, il centro di ascolto della Caritas, la sede della San Vincenzo e il consultorio familiare diocesano. «Ci siamo sposati nel 2005 - raccontato Elisa e Andrea - ed è arrivato subito Ferdinando che oggi ha quasi 16 anni. Poi sono arrivati Sofia nel 2007, Annachiara nel 2013 e Edoardo nel 2018».

TETTO E LAVORO
A dirla così sembra facile. Ma sono stati anche anni faticosi, alla continua ricerca di un tetto e di un impiego, fra il bando per le giovani coppie perso per un cavillo e la girandola di occupazioni precarie in tempi di crisi economica. «Ad un certo punto ci siamo trovati con tre bimbi e nessuna prospettiva confidano ma è stato allora che abbiamo sentito maturare dentro di noi una domanda: stiamo facendo davvero la vita che vogliamo? Sentivamo che potevamo fare di più: aprirci agli altri e dare tutti noi stessi, per quanto imperfetti e incasinati. Cercando annunci di lavoro in Internet, ci siamo imbattuti nel faccione simpatico di don Oreste Benzi. Il suo sorriso ci ha catturati e così ci siamo avvicinati alla Comunità Papa Giovanni XXIII, con cui abbiamo vissuto il percorso di verifica vocazionale e il corso per famiglie affidatarie».

Una realtà che in Veneto conta, fra le varie strutture di accoglienza per persone con handicap o disagio, pure altre 31 case come questa.

UNICA
Quella ricavata nell'immobile messo a disposizione dal patriarca Francesco Moraglia, in comodato dall'Ire, è l'unica in un capoluogo tanto meraviglioso quanto complicato: basti solo pensare alle carrozzine da sollevare a ogni ponte. «Ci erano state proposte delle alternative in terraferma rivela la coppia ma abbiamo insistito per rimanere nella città storica. La nostra Venezia è ancora viva, nelle calli ci si guarda negli occhi, attorno alla parrocchia c'è una straordinaria rete di sostegno. Come quel giorno in cui ci hanno detto che l'indomani sarebbe arrivato un bimbetto di 8 mesi, il nostro primo figlio in pronta accoglienza: mentre noi recuperavamo la culla in soffitta, amici e vicini ci hanno sommersi di vestitini e giocattoli. Del resto è stato sempre così: ogni volta che ci siamo trovati a terra, perché la casa era troppo piccola o perché era arrivato un licenziamento, la Provvidenza ha incastrato tutti i pezzi alla perfezione».

GIUSTIZIA
Elisa fa la commessa in un supermercato, Andrea fa l'operatore in un centro diurno. «Lavoriamo ciascuno tre giorni alla settimana - raccontano - in modo da darci il cambio per stare con i figli. Cerchiamo di responsabilizzare i più grandi nei confronti dei più piccoli, ma per fortuna sono abbastanza sani da fare anche qualche capriccio... Chi ce lo fa fare? Questo è il nostro modo di soddisfare un senso di micro-giustizia di fronte alle macro-ingiustizie del mondo. Ci anima la fede, ma pure l'empatia: proviamo a metterci nei panni negli altri, tentando di dare amore a chi non ne ha mai avuto e facendo sentire scelto chi è stato abbandonato. L'affetto è come il cibo: ci siamo resi conto che una carezza nutre anche fisicamente».
 

Ultimo aggiornamento: 18 Ottobre, 10:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA