Sparatoria di Jesolo, il tunisino: «Mi sono difeso, la pistola non era mia». Il Gip esclude la premeditazione

Martedì 20 Settembre 2022 di Nicola Munaro
Sparatoria di Jesolo, il tunisino: «Mi sono difeso, la pistola non era mia». Il Gip esclude la premeditazione
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JESOLO - Scarcerato venerdì per un cavillo, ma fermato prima che lasciasse il penitenziario di Santa Maria Maggiore, Absi Jassine ora resterà in cella. Ma la sua versione raccontata ieri mattina al giudice per le indagini preliminari di Venezia, Antonio Liguori, dovrà essere presa in considerazione dal sostituto procuratore Christian Del Turco che accusa il tunisino di tentato omicidio premeditato e detenzione abusiva dell'arma con cui il 26 luglio aveva sparato a un suo connazionale all'interno di un bar di via Verdi. Nell'ordinanza con cui convalida il fermo emesso venerdì per tamponare la decisione del Riesame, che aveva scarcerato Jassine in quanto l'ordinanza di custodia cautelare non era stata tradotta in arabo, il gip scrive alla Procura che il racconto fatto ieri in udienza dall'indagato è una versione che - al momento - non trova smentite negli atti e nelle indagini.

La ricostruzione

Anche perché parte delle parole dette da Jassine sono state confermate dalla barista del Crazy cocktails Mojito's bar di via Verdi a Jesolo: è stata lei, sentita dagli agenti della Squadra Mobile, a dire che la vittima della sparatoria era seduta al bar con un coltello in mano. Il tunisino arrestato all'aeroporto Orly di Parigi mentre si stava imbarcando su un volo diretto a Tunisi (e questo gli è valso il riconoscimento del pericolo di fuga da parte del gip), ha quindi riconfermato i fatti come già aveva fatto la scorsa settimana nell'interrogatorio di garanzia. Assistito dall'avvocato Marco Borella, ha spiegato di essere stato aggredito in una strada laterale da quattro persone, di essere stato ferito ad un braccio con un coltello, di aver raccolto la pistola caduta a uno dei quattro aggressori, di averlo seguito e aver sparato. E nel suo suggerire al pm di vagliare ogni frase della ricostruzione, il giudice esclude la premeditazione.

L'ACCUSA

Secondo l'architettura disegnata dagli investigatori della Squadra mobile, invece, Jassine aveva seguito un piano preciso per mettere in atto la sua vendetta. Nessun precedente, nessun apparente appoggio locale: lui, originario delle banlieue parigine, a maggio aveva lasciato sorella e cognata in Francia per venire in Italia a sostenere il fratello da poco arrestato per droga. Aveva impiegato un paio di mesi per risalire a un connazionale di 36 anni, l'uomo che (secondo lui) l'aveva tradito. Da allora il suo unico obiettivo era stato vendicarsi e vendicare il fratello. Il momento migliore era arrivato la sera del 26 luglio in via Verdi a Jesolo: cinque colpi esplosi nel locale (uno a segno) e poi via, in auto verso Parigi. La vittima dell'aggressione ha riportato ferite non letali. La follia dell'aggressione è stata però il contesto: il 28enne tunisino ha messo in atto il suo piano in mezzo a un locale affollato. Al momento della sparatoria, infatti, c'erano circa una sessantina di persone. Probabile, secondo gli investigatori, che il biglietto aereo Parigi-Tunisi ce l'avesse già in tasca. Da solo, alla guida, ha raggiunto Ventimiglia. Poi, lì, il cambio auto: aiutato da un autista è arrivato a Parigi.
 

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