Simona Ventura debutta nella regia: «Docu-film dedicato agli alpini e alle 7 giornate di Bergamo»

Giovedì 9 Settembre 2021 di Elena Filini
Simona Ventura

VENEZIA - Quando hanno visto il mio nome sotto al documentario su Le sette giornate di Bergamo alla mostra del cinema in tanti hanno pensato ad un caso di omonimia». Si fa una bella risata Simona Ventura. Ma dura lo spazio di un secondo. Leggerezza non fa rima con superficialità. E per raccontare un piccolo miracolo nei giorni più bui del primo lockdown, la costruzione dell'ospedale da campo di Bergamo da parte degli Alpini, la showgirl e presentatrice ha scelto di accostarsi (con umiltà) alla macchina da presa. Con Le 7 giornate di Bergamo (il miracolo dell'ospedale degli alpini) a Venezia per la prima volta come regista (con Ambrogio Crespi). «L'ho fatto perchè il virus se ne andrà, ma credo sia importante che per i nostri figli resti questa testimonianza» ha spiegato alla presentazione del documentario nello spazio Regione Veneto all'Excelsior.
E a battezzare il debutto del documentario, insieme a Giovanni Terzi e Andrea Crespi, anche il ministro Mariastella Gelmini.
Come si è imbattuta nella storia delle 7 giornate?
«Cercavo delle storie di raccontare. Mi sono imbattuta in questa di Sergio Rizzini e della costruzione dell'ospedale di Bergamo. Ho trovato che non era stata raccontata in profondità. Gli alpini, gli artigiani insieme ai tifosi dell'Atalanta qui si sono messi insiemi e hanno costruito, senza alcuna competenza, un piccolo miracolo. In quei giorni, era il 18 marzo, i telegiornali ci rimandavano le immagini dell'esercito con le bare. Ma nello stesso tempo si stava creando un luogo dove in tanti hanno potuto salvarsi».
Una prospettiva di speranza?
«Si, in mezzo a tanto dolore mi sembrava giusto poter dare una prospettiva di futuro. Come a dire. Continuiamo a combattere, andiamo avanti. E alla fine ce ne libereremo».
Come crede che guarderemo al Covid nel futuro? 
«Abbiamo vissuto la nostra terza guerra mondiale. Diversa dai nostri avi, ma non meno dura. Avere fatto questo documentario vuol dire averla regalata alla storia».
C'è anche una canzone inedita...
«Il finale di questo film è accompagnato da una canzone inedita di Tricarico che è quasi un inno ai vaccini. Mi piaceva molto».
Ha già in programma un nuovo documentario?
«Ora parto con un programma con Paola Perego di 30 domeniche. Poi abbiamo già dei progetti. Con dei temi forti, che nessuno si aspetta da me. È l'inizio di un percorso. Non voglio invecchiare in televisione».
Quindi la vedremo sempre meno come protagonista e sempre più in regia? 
«Mi do il tempo di imparare. Ma in un certo senso mi sto preparando la pensione. E sto coagulando intorno a me una squadra stupenda».
Green pass si o no? 
«Si nella maniera più totale. Non c'è altro modo per riprendere a vivere, e di fatto sta già avvenendo. Pochi giorni fa volevamo andare al cinema, ma il green pass di mia figlia non funzionava. E hanno fatto bene a non farci entrare. È giusto così».
Ma è vero che ha incontrato Sorrentino in ascensore? 
«Si, mi ha chiesto quando danno il mio documentario.. mi ha fatto un certo effetto».
 

Ultimo aggiornamento: 17:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA