Sagra dei Osei, dal vetrinista di Coin il manifesto storico nato nei campi di sterminio

Lunedì 27 Gennaio 2020 di michelangelo scarabellotto
Il manifesto della Sagra dei Osei di Sacile firmato da Giovanni Doretto
SACILE - Giornata della Memoria, gli orrori dei campi di sterminio ricordati oggi, 27 gennaio,  in tutto il mondo toccano da vicino anche Sacile e in particolare una delle sue associazioni più rappresentative, la Pro Sacile. Il cui primo manifesto pittorico della pluricentenaria Sagra dei Osei fu realizzato nel 1950 da un reduce dei campi di sterminio nazisti, il pordenonese Giovanni Doretto. La scoperta è del sacilese Naclerio Pasquale, studente magistrale in Ingegneria elettronica ed informatica, fin da giovanissimo pizzaiolo accanto al padre alla pizzeria Rosalba, tifoso della Sagra Dei Osei. «Che - racconta lo studente - mi ha sempre appassionato soprattutto per la sua storia e il suo patrimonio artistico, questo mi ha portato ad interrogarmi sui manifesti».

LA RICERCA
«Il manifesto - continua Naclerio - è scolpito nei cuori dei sacilesi: spiccano i grandi occhi gialli della civetta su sfondo nero. Quest'opera è firmata "coso", pseudonimo di inizio carriera dell'autore Giovanni Doretto di Pordenone». Le informazioni su di lui sono poche e più che altro derivano da ricordi di cittadini che lo avevano conosciuto. Un uomo schivo, che gestiva il negozio di tessuti d'alta moda lungo corso Vittorio Emanuele II a Pordenone. Ricordato come il pittore che esponeva le sue opere in vetrina assieme ai tessuti e che dipingeva nel retrobottega con la sua giacca blu e una mano in tasca. «Ho voluto spingermi più a fondo - riprende lo studente-ricercatore -, cercando di scoprire chi fosse. Alla fine ho potuto incontrare e intervistare la figlia maggiore, Daniela Doretto che mi ha raccontato chi era suo padre. Giovanni Doretto (24 febbraio 192029 gennaio 1998) era un artista, nato e vissuto a Pordenone. Fu vetrinista per Coin a Venezia negli anni Cinquanta, vinse diversi premi nazionali ed internazionali di vetrinismo, finendo anche sul Time di quegli anni. Doretto era un uomo riservato che non amava mostrarsi, ma piuttosto parlava con i suoi lavori».



Rinunciando a una carriera come vetrinista per Coin, ha scelto di rimanere a Pordenone e di portare avanti la sua attività commerciale, affiancato dalla moglie e parallelamente sviluppare e accrescere la sua passione artistica. Nella sua giovinezza è stato soldato, arruolato nel corpo dell'Aviazione, per cinque anni si ritrovò in guerra dove, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 è stato catturato dall'esercito tedesco e spedito nei campi di concentramento. Prima a Brema e successivamente a Strasburgo. Alla fine della guerra fu liberato dai francesi e trasferito a Parigi, da dove a piedi e con passaggi di fortuna, impiegando due mesi, riuscì a ritornare a casa. La guerra e la prigionia lo segnarono, ma la sua più grande gioia fu che in tutto il conflitto non dovette mai uccidere nessuno. Durante la prigionia dalla follia nazista si salvò anche grazie all'arte: avrebbe dovuto lavorare in una fabbrica di munizioni, sarebbe quasi certamente morto sotto un bombardamento degli Alleati o per le esalazioni tossiche.

IL PITTORE
Ma ai nazisti serviva un Maler, un pittore che dipingesse i numeri sulle baracche dei campi e così la sua arte, il suo saper fare gli hanno salvato la vita. Queste le notizie sulla vita dell'artista Giovanni Doretto, che è stato scelto nel 1950 per dipingere il primo manifesto pittorico della Sagra dei Osei. «Un manifesto indelebile nella memoria della città che - sottolinea Naclerio - fa del colore nero, tra tutti i colori della natura, il suo tratto distintivo, a trasmetterci la memoria oscura della sua prigionia, figlia della follia umana che oggi abbiamo il dovere di ricordare, ma anche di non dimenticare come siamo riusciti a sconfiggerla».
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