Il direttore dell'Osservatorio astronomico: «Leggo le stelle in cielo tra fascino e mistero. A occhio nudo se ne vedono 6.000»

Lunedì 6 Dicembre 2021 di Edoardo Pittalis
Roberto Ragazzoni

L'uomo delle stelle ha imparato a volare per vincere la paura dell'aereo. Non per sentirsi più vicino alle stelle, perché quelle le guarda, quando vuole, dal telescopio più potente d'Europa. Lui i telescopi che vanno nello spazio a cercare altri mondi aiuta a costruirli. Dice che a occhio nudo si vedono 6.000 stelle e che conosciamo meno di 5000 pianeti fuori dal sistema solare. «Dobbiamo ancora inventare il telescopio per vedere più pianeti di quante stelle si vedono». Del sistema solare che abbiamo appreso a scuola è rimasto pochissimo. I vecchi libri non servono più, attorno a ogni stella c'è una moltitudine di mondi che hanno due o tre soli. «Noi un Sole soltanto: ma è la stella più bella».
Roberto Ragazzoni, 55 anni, polesano, nato a Venezia, professore di Astronomia, è il direttore dell'Osservatorio astronomico dell'Università di Padova e sovrintendente di quello di Asiago. Sull'Altopiano c'era il telescopio più grande d'Europa, costruito dal fascismo proprio per superare quello tedesco di quasi venti centimetri di diametro: 122 a 105. Quello in Germania lo portò via Stalin come bottino di guerra. Ora l'osservatorio di Cima Ekar conta su un telescopio da 182cm: «Piccolo rispetto alle misure attuali che sono in media da otto metri di diametro. Per lo spazio se ne fanno anche da 37 metri!». L'ufficio del professor Ragazzoni è alla Specola, la torre che si riflette nelle acque del Piovego. «Ma, contrariamente a quanto molti pensano, qui Galileo non c'è mai stato. C'è un dipinto dello scienziato nella torre e noi diciamo che quello è l'unico Galileo che è stato qua. Questa era una prigione che è diventata osservatorio durante la Serenissima, 255 anni fa: si costruivano per le potenze navali, servivano soprattutto per fare il punto nave. Chi aveva una grande flotta usava l'astronomia come arma strategica. Poi si è capito che osservare da Padova non era più competitivo e nella Grande Guerra funzionava solo da vedetta per gli attacchi aerei. La prima vera foto aerea della città è stata scattata da uno dei piloti del volo su Vienna, noi dopo 80 anni siamo andati a fare una foto di Padova dallo stesso punto di osservazione».


Professor Ragazzoni come è nata la passione per le stelle in un bambino vissuto vicino al Po?
«Sono nato a Venezia perché una sorella prima di me era morta nel parto e mia madre Ginetta aveva deciso di andare in ospedale. Ma sono sempre vissuto a Rovigo dove mio padre Gianguido lavorava in banca e la mamma era insegnante elementare. Le origini della famiglia sono mantovane, siamo due fratelli, ho vissuto un'infanzia divertente e questa mia passione l'ha scoperta quando frequentavo l'istituto tecnico per elettrotecnica Ferruccio Viola. Il professor Angelo Rosito aveva capito la mia propensione e mi apriva il laboratorio per piccoli esperimenti. Poi c'è stato il Gruppo Astrofili Polesani diretto dal professor Enzo Bellettato: costruivamo tutto da soli, dalla macchina fotografica al telescopio. Per la tastiera del primo computer abbiamo adattato pulsanti da campanello. L'astronomia ha sempre avuto questa attitudine di occuparsi delle innovazioni tecnologiche più moderne. La cosa importante era collegare quel computer al telescopio. L'astronomia è una bella cosa, ma bisognava pure portare a casa la pagnotta e così, appena diplomato, sono andato a lavorare in una ditta di collaudo dei primi sistemi di controllo delle idrovore a distanza. Non era più necessario mandare uno in bicicletta per aprirle».


Ma siamo ancora un po' lontani dalle stelle?
«A quel punto mi sono iscritto ad Astronomia che era la mia grande passione e appena laureato sono stato spedito negli Stati Uniti. Ho fatto la tesi col professor Cesare Barbieri, quando scoprirono che il telescopio spaziale aveva bisogno di occhiali Barbieri mi mandò a Baltimora a un convegno, io non ero mai stato in America. Nel giro di un anno sono entrato in ruolo, sono stato bravo e fortunato, non basta una delle due cose soltanto. Sono stato un anno a Tucson in Arizona ed è stato un periodo bellissimo per vedere che si può lavorare in modo diverso, ma anche per apprezzare quanto di bello c'è in Italia. Sono stato diversi anni in Germania, dico che è la mia seconda patria, e molti anni a Firenze, all'osservatorio di Arcetri, dove c'era Piero Salinari col quale abbiamo condiviso il Premio dei Lincei. Ho costruito uno strumento con una delle lenti più grandi del mondo e per il quale avevo inventato un sensore a piramide che era quasi rivoluzionario: i russi avevano scritto che non avrebbe mai funzionato, invece oggi è montato su tutti i telescopi. Salinari aveva inventato uno specchio che si deformava e mi ha chiamato per lavorare assieme».


Com'è dirigere l'Osservatorio padovano?
«Sono il tredicesimo direttore, ma una volta i direttori rimanevano a vita. Qui per una quarantina d'anni, nel dopoguerra, c'è stato Leonida Rosino il padre dell'astronomia padovana dell'era moderna. A piano terra ci sono laboratori modernissimi dai quali escono strumenti adottati in tutto il mondo. Una cosa di cui siamo orgogliosi è che i telescopi di Asiago durante la pandemia hanno sempre funzionato: uno è robotico, fa quello che gli dici; l'altro si può comandare a distanza. Ho fatto diversi telescopi che hanno volato nello spazio, spendiamo bene i soldi dei contribuenti: abbiamo inventato e costruito sensori per misurare la turbolenza dell'atmosfera che sono stati adottati in Arizona, alle Canarie e in Cile. Chi lavora nel settore oftalmologico li usa per lenti intraoculari dopo la cataratta. Sono uno dei disegnatori della camera a grande campo della sonda Rosetta che è andata sulla cometa».


L'astronomo vive davvero con la testa tra le nuvole?
«Gran parte del lavoro è chino sul tavolo in laboratorio, sul computer, sul telescopio. I momenti della scoperta sono piccoli e pochi. Nulla viene per caso, è frutto di anni di lavoro certosino, attento ai dettagli. Occorrono anni di lavoro e quasi mai del singolo, ma di un gruppo forte, un gruppo sempre più internazionale. Di notte leggere il cielo rimane una cosa bellissima e misteriosa. Ho fatto a Modena un corso per usare i planetari, riconoscere le costellazioni, sapere dove è la Stella Polare. L'ho fatto anche per capire, curiosare, vedere che le stelle non sono solo puntini. In Amarcord di Fellini, mentre aspettano che passi il Rex, il padre si rivolge al giovane protagonista e gli dice che sulla Terra le cose stanno con mattoni e cemento, ma come fanno le cose a stare lassù? Ecco: guardare il cielo oggi è come guardarlo migliaia di anni fa. Pensate alla Luna che è l'oggetto che fa sempre le spese di chi costruisce un nuovo telescopio: ha un grande vantaggio, cambia continuamente, ogni volta che la guardi è sempre diversa».


E la sua paura di volare?
«L'ho vinta imparando a volare. Dovevo spesso prendere l'aereo, ma quando c'era una turbolenza stavo male, sudavo, avevo paura. Poi un'estate mi iscrivo a un corso di volo e scopro che dall'alto il mondo è bellissimo, da allora giro tantissimo, ho il brevetto dal 2004, ho 2800 ore di volo, sono un po' maniaco. L'aereo ideale è quello che uno si può permettere: ho un due posti che non fa neanche i cento nodi, uno Sperimental basato su un P2 Eaglet, l'ho modificato personalmente, ho ideato strumenti, ho costruito un sistema di carburante con più serbatoio per andare più lontano. Con un compagno di volo, Massimo Selleri, dieci anni fa abbiamo avuto un incidente, lui è un giornalista e lavorava al Gazzettino di Rovigo. È successo in fase di atterraggio, gli è costato un po' d'ospedale e un aereo nuovo, ma era assicurato. L'amicizia ne è uscita rinsaldata, nessuno dei due ha smesso di volare, sono solo diventato più maniaco nei controlli».


      
 

Ultimo aggiornamento: 7 Dicembre, 10:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA