F​rancesco Querini, militare ed esploratore del Polo Nord: scomparve fra i ghiacci a 33 anni

Illustrazione di Matteo Bergamelli

di Alberto Toso Fei

In un giorno imprecisato del 1900 scomparve tra i ghiacci del Polo Nord mentre ne tentava la conquista all'interno di una spedizione promossa da Luigi Amedeo di Savoia, il Duca degli Abruzzi. Ma Francesco Querini, al di là della sfortuna che assieme alla vita lo privò della gloria di cui gli altri partecipanti all'impresa godettero a lungo, a quell'avventura non era arrivato certo per caso.

Di antica ascendenza veneziana, “Checco” – così come si firmava nelle missive – era nato a Milano il 16 dicembre del 1867 e in rispetto alle tradizioni di famiglia era entrato all’Accademia Navale, uscendone Sottotenente di Vascello nel 1893 e diventando Tenente di Vascello tre anni più tardi. Nel 1897, imbarcato sulla nave “Re Umberto”, ebbe l'incarico di pattugliare le acque dell’isola di Creta – assieme ad altre potenze marittime – per evitare che Turchi e Greci si massacrassero nel contendersene il predominio. Il 2 marzo 1897 alcuni soldati turchi si ribellarono e presero in ostaggio il loro Comandante. Francesco Querini sbarcò e penetrò nel palazzo dove si erano asserragliati i rivoltosi, disarmandoli e arrestandoli dopo aver liberato l'ostaggio. Un'azione che gli valse la medaglia d'argento al valore militare. L'anno successivo il Capitano di Corvetta Umberto Cagni, ufficiale d’ordinanza del Duca degli Abruzzi e organizzatore della spedizione al Polo, gli fece pervenire un telegramma per comunicargli che era stato prescelto per far parte della squadra. Querini si recò a Venezia a salutare la famiglia e partì senza indugi.

La spedizione, che si compose di undici italiani (fra cui quattro guide valdostane di Courmajeur) e nove norvegesi, partì il 12 giugno 1899 da Kristiania (così si chiamava Oslo allora), a bordo del brigantino “Stella Polare” con provviste sufficienti per quattro anni, centoventuno cani siberiani da slitta e una scorta di carbone. Ci vollero mesi per raggiungere il luogo da cui l'azione sarebbe effettivamente partita, e gli uomini allestirono il campo base nella Baia di Teplitz, in attesa del termine della lunga notte artica, con la nave bloccata tra i ghiacci.

Il 20 febbraio 1900 la spedizione partì suddivisa in tre gruppi, dotati ognuno di quattro slitte trainate dai cani; il primo, guidato da Pietro Achille Cavalli Molinelli, insieme a Giacomo Cardenti e Cipriano Savoie, rientrò alla base il 18 aprile dopo settimane di patimento, dopo aver percorso 140 chilometri e aver raggiunto gli 83 gradi e 16 primi di latitudine; il secondo, capitanato da Umberto Cagni e composto da Simone Canepa, Giuseppe Petigax e Alessio Fenoillet, raggiunse gli 86 gradi e 34 primi di latitudine nord il 25 aprile, giorno di San Marco: il record precedente del norvegese Nansen era superato di 37 chilometri, sebbene fossero ancora lontani dal Polo la bellezza di 381 chilometri. Tornarono al campo il 23 giugno dopo due ulteriori mesi di lotta contro il disgelo che apriva crepacci e canali difficili da aggirare e da attraversare, con il cibo razionato e una fatica crescente.

Del terzo gruppo, guidato da Francesco Querini e formato da altri due uomini (Felice Ollier e il norvegese Stökken) si persero invece le tracce. Ogni attesa fu vana, così come vane risultarono tutte le ricerche per ritrovarli. Il 16 agosto 1900 la Stella Polare fu liberata dalla morsa dei ghiacci con l'utilizzo di alcune mine, e il 6 settembre successivo gettò le ancore nel porto norvegese di Tromsö, mettendo ufficialmente fine alla spedizione a quasi sedici mesi dal suo inizio. In Italia – malgrado la scomparsa di tre dei partecipanti – l'emozione fu profonda: comunque un nuovo primato era stato stabilito. Giovanni Pascoli dedicò due Odi all'impresa; Emilio Salgari vi scrisse uno dei suoi libri di avventure, che intitolò “Stella Polare”. Il Polo Nord fu raggiunto nove anni più tardi, nell'aprile del 1909, dallo statunitense Peary.

Del tenente di vascello veneziano Francesco Querini non si ebbe mai più notizia: di lui rimane una lapide sulla facciata della sua casa natale a Santo Stefano, un monumento ai Giardini, un'isola nell'artico – l'isola di Querini, nell'arcipelago Francesco Giuseppe – e una compagnia veneziana di Canottieri e Voga Veneta.
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Martedì 16 Luglio 2019, 15:00






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