Il dottor Nicolò Massa, anatomista e grande esponente della scuola medica lagunare

Lunedì 20 Gennaio 2020 di Alberto Toso Fei
Illustrazione di Matteo Bergamelli
Nel 1536 scrisse uno dei primi testi di anatomia, “Anatomiae Libri Introductorius”, e fu il primo a descrivere l’organo della prostata, la muscolosità della lingua e il liquido cerebrospinale. Veneziano di Castello (era nato a San Pietro il 14 marzo 1489), si formò all'Università di Padova dapprima in ambito umanistico e poi in quello medico e chirurgico, divenendo in pochi anni un membro influente del Collegio dei medici veneziani, noto per la sua perizia nelle operazioni chirurgiche, e si prese la libertà di rifiutare incarichi prestigiosi presso pontefici e sovrani. Soprattutto fu un uomo libero nel pensiero e nella capacità di sperimentare. E più volte affermò come, nella sua formazione, non dovesse riconoscenza ad altri che a se stesso: “Quello che io li ho […] per mi acquistado […] non son debitor de persona alcuna, salvo che de il mio segnor Iddio eterno”.

Nicolò Massa fu uno degli esponenti più rappresentativi della scuola medica veneziana, che si è distinta nella storia per essere all'avanguardia in fatto di ricerca e profilassi preventiva, a Venezia fin dal 1368 la legge prescriveva – in determinati periodi dell’anno – l’utilità di sezionare i cadaveri a scopo scientifico. Anche prima che papa Sisto IV consentisse cent'anni più tardi la pratica delle dissezioni, fino a quel momento vietate dalla Chiesa. Le lezioni di anatomia, che nei primi tempi si tennero nelle case dei professori o degli studenti – ma anche nelle sacrestie, nei conventi o nelle Scuole, intese queste ultime come luogo di incontro delle Confraternite – iniziarono nel Quattrocento a svolgersi nei “teatri anatomici”, a quel tempo strutture lignee che venivano smontate a conclusione dei lavori. Solo successivamente divennero strutture stabilmente utilizzate dalle università (a Venezia per esempio un vero teatro anatomico, che a Padova esisteva giò da tempo, fu edificato solo nel 1671).

Figlio di Apollonio Massa, mercante che aveva servito la Repubblica nella guerra di Negroponte nel 1470, e di Franceschina Danese Cinque, Nicolò ebbe cinque fratelli e tre sorelle (tra cui Vincenza che, probabilmente malata di mente, egli tenne sempre a vivere in casa con sé, dovendosi occupare nel tempo anche di due nipoti datigli in affidamento dopo la morte dei genitori). Pur non essendosi mai sposato, ebbe una lunga relazione – durata tutta la vita – con Cecilia Raspante, dalla quale ebbe due figli: Alvise (nato nel 1529 ma morto a soli sei anni) e Maria, nata quattro anni prima del fratello, che Massa legittimò nel 1548 per poterla dare in sposa a Zuan Grifalconi, giovane di buona famiglia veneziana.

Esperto nella diagnosi e nella cura della sifilide, nel 1527 pubblicò a Venezia il “Liber de morbo Gallico”, uno dei trattati più noti e citati del Cinquecento, che affrontava un argomento del quale, come ricordava lo stesso medico, “niuno avanti de mi haveva scritto”. Massa si rivelò originale in molte osservazioni, basate sulla propria esperienza medica e su numerosi esami post mortem. L’anatomia, e in particolare l’anatomia patologica, fu uno degli argomenti che più lo interessarono.

Noto per la sua abilità nel diagnosticare la peste non solo “in chi è morto di peste sebbene non ne ha segno alcuno”, ma anche in coloro che “non si lamentano di accidente alcuno né manco mostrano in alcuna parte del suo corpo cosa alcuna”, nel 1535 fu incaricato dalle autorità sanitarie della Serenissima di indagare sulla natura di un’epidemia diffusasi in città. Arrivò a distinguere la peste – o “giandussa”, termine ancora generico ai primi del Cinquecento – dal tifo petecchiale e da altre malattie letali, fornendo indicazioni per prevenire le epidemie attraverso l’alimentazione, l’attività fisica e il rigoroso isolamento delle città infette.

Morì il 27 agosto 1569. Nel testamento redatto pochi giorni prima, temendo di essere sepolto vivo (eventualità che allora poteva capitare), aveva espresso la volontà che i suoi familiari aspettassero due giorni prima di portarlo in chiesa “acciò non si facesse qualche error”.
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