Gasparo Erizzo, studioso, viaggiatore e sindaco in Dalmazia

Lunedì 26 Ottobre 2020 di Alberto Toso Fei
Illustrazione di Matteo Bergamelli

 I suoi contemporanei lo definirono “eruditissimo nelle lettere greche e latine” e autore di elegie ed epigrammi che peraltro rimasero tutti manoscritti. Forse anche per questo, alla fine di Gasparo Erizzo sono note soprattutto le opere geografiche, come la descrizione della Dalmazia e del suo viaggio da Venezia a Costantinopoli attraverso i Balcani, che conobbero una circolazione notevole e contribuirono a far conoscere meglio quei mondi, anche se per molto tempo furono attribuite a un altro autore.

Primogenito di Giovanni Erizzo e Andriana Marcello, nacque l'8 settembre 1529 a San Martino di Castello, ma non appena avuta l'età per intraprendere l'attività politica, si trasferì nell'antico palazzo di famiglia a San Canciano, celebre per lo splendido giardino, a coltivare i suoi studi umanistici. A venticinque anni divenne Savio agli Ordini, e fu riconfermato per quattro anni consecutivi, dal 1554 al 1557; quindi gli fu affidato il primo incarico di rilievo: il 24 giugno 1557 fu eletto sindaco in Dalmazia, assieme a Giacomo Contarini, che però morì a un mese dall'insediamento; Gasparo Erizzo attese il nuovo sindaco, ma non stette con le mani in mano. E le sue qualità furono descritte proprio dal sostituto di Contarini, Michele Bon, che al Senato riferì di un uomo retto e consapevole delle responsabilità che gli erano state assegnate, poiché Erizzo aveva già cominciato, a Curzola, “con grandissima diligenza ad operar tutto quello che poteva spedir come sindico solo, però fece veder li conti di quella camera, far l'inquisitioni ordinarie et le rassegne de cavalli et fanti, né mancò d'ogni buona provisione in detta città”.

I due percorsero tutta la Dalmazia, ed Erizzo non esitò a descrivere ogni singola località visitata nei suoi appunti personali, destinati appunto alla stampa, una volta ritornato a Venezia: ne nacque una sorta di illustrazione globale attraverso la geografia, gli aspetti sociali, le particolarità economiche e militari; sopratutto, ne uscì la descrizione di un paese travagliato da “continua carestia” e segnato da una diffusa miseria, per quanto ricco di potenziali risorse come il sale. Nell'estate del 1560, rinunciando ad altri incarichi (“lasciando da un canto tutte le occupationi, che mi potevano essere d'impedimento, et non havendo rispetto alla calda et ardente stagione”) decise di raggiungere Costantinopoli. Di quella esperienza, avvenuta a seguito di un Bailo – probabilmente Girolamo Ferro, anch'egli colto umanista – Gasparo Erizzo lasciò traccia in un volume anonimo che fu a lungo attribuito a un altro ambasciatore veneziano. Partiti il 6 giugno a bordo di una galera che fece scalo a Traù, giunsero a cavallo fino a Salona, poi con un'altra nave a Cattaro e di lì, attraverso Dolcigno, Alessio e Adrianopoli, arrivarono il 2 di agosto a Pera di Costantinopoli dopo un percorso estenuante, che minò il fisico del bailo al punto da farlo morire l'anno successivo.

Erizzo tornò da quel viaggio con una veste regalatagli da Solimano il Magnifico (che egli cita nel suo testamento), ma soprattutto con appunti utili alla costruzione del suo volume, che pur essendo privo di aspetti particolarmente originali contiene diverse notizie sui paesi attraversati, e si conclude con venti brevi capitoli in cui si tratta dell'origine dei Turchi, dell'indole del sovrano e dei principali dignitari della corte, delle milizie e dei costumi più notevoli di quel popolo. Erizzo attribuisce al sultano l'età di sessantotto anni, e al figlio Selim (che pochi anni più tardi sarà a sua volta sultano mentre nelle acque di Lepanto si combatterà la celebre battaglia) trentasei. Tornato a Venezia nel 1562, fu quello stesso anno e poi nel 1566 Avogador dapprima in terraferma e poi in Istria: da qui fece partire delle lettere dirette al Consiglio dei Dieci contenenti accuse molto gravi – e circostanziate – contro il rettore di Parenzo, Francesco Cappello, reo di “estorsioni, ingiustitie, et rapine” commesse a danno di “molti poveri oppressi”. Ancora una volta prevalse in lui il senso di giustizia e dello Stato. Nell'agosto del 1567 si trovava a Crema quando si ammalò improvvisamente. Morì il 7 settembre successivo, a 38 anni, e fu sepolto in quella città nel monastero di San Pietro Martire.

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