Francesco Leopoldo Cicognara, motore culturale nell'era di Napoleone

Francesco Leopoldo Cicognara nell'illustrazione di Beltramelli
VENEZIA - Si dedicò alla letteratura, alla pittura, alla poesia, ma anche alla fisica; percorse la strada della politica; viaggiò, intessé rapporti con artisti e letterati, frequentò il mondo culturale e nobiliare (al quale apparteneva) per divenire a Venezia presidente dell'Accademia di Belle Arti e successivamente dell'Ateneo Veneto. Francesco Leopoldo Cicognara visse una profonda bramosia di conoscenza e incarnò su di sé tutte le pulsioni di rinnovamento e di successiva restaurazione che in Europa segnarono il passaggio tra Sette e Ottocento. Inquieto ed eclettico, si formò tra il 1776 e il 1785 presso il Collegio dei Nobili di Modena (era nato a Ferrara il 26 novembre 1767 dal conte Filippo Cicognara e da Luigia Gaddi), per poi “fuggire” a Roma dove conobbe l'ambiente aristocratico e culturale: frequentò i Borghese, Annibale della Genga (futuro papa Leone XII), i Bernini e i Colonna.

Viaggiò nel sud Italia e a Venezia, dove entrò in contatto con Ugo Foscolo e Antonio Canova coi quali strinse amicizie durevoli; iniziò a scrivere i primi poemi; diede scandalo a Bologna intessendo una relazione con una donna sposata, prima di portare all'altare nel 1794 Massimiliana Cislago, che gli diede il figlio Francesco. Nel frattempo la Rivoluzione francese era già stata “esportata”: Cicognara partecipò ai festeggiamenti per l'innalzamento dell'albero della libertà nella sua Ferrara e nell'ottobre del 1796 fece parte della delegazione che incontrò Napoleone Bonaparte, ottenendo la nomina a presidente della giunta di Difesa generale e in rapida successione quelle di membro del Corpo legislativo della Repubblica cisalpina – a Milano – e di ministro plenipotenziario della Repubblica presso i Savoia, a Torino. Trascorsero così una decina di anni, nei quali Cicognara viaggiò in Europa, ricoprì diverse altre cariche, finì in disgrazia patendo la prigione e fu reintegrato nelle sue funzioni; scrisse e dipinse; perdette la moglie, che morì a Pisa nel 1807. L'anno successivo chiese di lasciare la vita politica per dedicarsi interamente allo studio. Si spostò dunque a Venezia dove Napoleone lo nominò presidente dell'Accademia di Belle Arti.

Contemporaneamente si risposò con la veneziana Lucia Fantinati. Fu allora che iniziò il periodo più fecondo della sua vita: sotto la sua direzione l'Accademia conobbe un innovamento e un impulso che la fecero diventare luogo d'impegno civile, con l'idea che la cultura e l'arte andassero non solo tutelate, ma prodotte e promosse. Aumentò il numero dei professori, istituì dei premi e creò una galleria per l'esposizione delle pitture veneziane. Nella sua visione, lo sviluppo delle arti andava di pari passo con quello della civiltà: la conservazione dell'arte antica doveva essere utilizzata come linfa e nutrimento per l’arte contemporanea. A dargli manforte un altro veneziano d'adozione, Antonio Canova, che assieme a lui promosse fra gli altri un giovane pittore dalle grandi capacità, nato in laguna: Francesco Hayez.

Nel 1812 fu il primo presidente del neonato Ateneo Veneto. Nel 1813 pubblicò il ponderoso “Storia della scultura”, che divenne un caposaldo di genere. Dopo la caduta di Napoleone fu confermato nelle due presidenze dal governo austriaco. Nel 1817, per le nozze dell'imperatore Francesco I con Carolina Augusta di Baviera, Cicognara ottenne che l'omaggio di diecimila zecchini dovuto agli sposi dalle province venete fosse convertito in opere d'arte realizzate da allievi dell'Accademia; fu un atto promozionale senza precedenti. Ma il suo astro stava tramontando, complice la censura asburgica e una crescente opposizione in seno al mondo accademico veneziano. Perso il favore dell'imperatore e in difficoltà economiche, nel 1824 non riuscì nemmeno a vendere la sua biblioteca d'arte a Venezia o Padova: fu comprata dalla libreria Vaticana grazie al soccorso di Leone XII, in nome dell'antica amicizia. Dimessosi dall'Accademia, riuscì nel 1827 a far inaugurare ai Frari il monumento ad Antonio Canova (che gli era spirato tra le braccia cinque anni prima). Rimase attivo nella vita culturale della città, seppur marginalmente, fino al 1833, quando si ammalò gravemente. Morì a Venezia il 5 marzo 1834 e la salma fu trasportata a Ferrara. Sulla tomba, nel cimitero della Certosa, fu collocato il suo ritratto scolpito da Canova.
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Lunedì 14 Gennaio 2019, 13:36






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