Vincenzo Dabalà, ultimo doge della comunità dei Nicolotti

Lunedì 15 Agosto 2022
Vincenzo Dabalà ritratto da Matteo Bergamelli

Di lui non si conserva alcun ritratto. D'altronde non era previsto - nell'epoca in cui visse e per il ruolo che rivestì - che ne potesse avere uno. Nondimeno oggi ci si ricorda di Vincenzo Dabalà, detto Manestra, per essere stato l'ultimo doge dei Nicolotti, ovvero di quella comunità che, contrapposta ai Castellani, diede vita alla società veneziana lungo i secoli. Sappiamo però quali erano gli abiti che il suo ruolo esigeva: spalle coperte da una ampia veste di raso o di panno scarlatto (e ornate da una pelliccia che arrivava ad avvolgere il collo), calze azzurre, guanti bianchi, parrucca in testa. Il doge dei Nicolotti (la cui vera definizione e ruolo, riportata nei documenti, era Gastaldo Grande dei Nicolotti) aveva pochissima autorità ma una serie di privilegi invidiabili: aveva il diritto di esigere una tassa sul pescato dalle contrade soggette alla sua giurisdizione (lui stesso teneva un banco del pesce a Rialto e un altro a San Marco nei pressi della Zecca); aveva il privilegio di tenere bandiera in campo di San Nicolò dei Mendicoli, di fronte alla chiesa; aveva il privilegio di seguire a traino il doge vero nel giorno della Sensa: mentre il Serenissimo Principe gettava l'anello in mare pronunciando la formula dello sposalizio, lui stava assiso su una barca legata alla poppa del Bucintoro. Se i Castellani, dal canto loro, potevano vantare una folta presenza tra gli arsenalotti, ai Nicolotti era dunque riservato questo onore stabilito dopo il 1297 con la trasformazione del governo dello Stato - una volta per sempre - in una aristocrazia ereditaria. Una maniera per mantenere, da una parte e all'altra, un rapporto diretto tra il popolo e le grandi famiglie che governavano i destini di Venezia. Il primo doge dei Nicolotti che la storia ricordi fu Antonio Cebeschini, eletto nel 1328.

Alla pari della carica di doge di Venezia, anche la durata di quella del Gastaldo Grande era a vita: morto il Gastaldo precedente, al quale si celebrava un funerale sontuoso, gli anziani della contrada di San Nicolò dei Mendicoli (la cui comunità era stata fondata nel VII secolo sopra un'isoletta chiamata Mendigola per la mendicità dei pescatori che l'abitavano) si recavano in delegazione a Palazzo Ducale chiedendo alla Signoria di inviare un segretario del Senato per presenziare alla nuova elezione.
Quando arrivava il giorno stabilito, le campane di San Nicolò davano i tre rintocchi convenzionali per l'adunanza dell'assemblea degli elettori, che erano rigorosamente solo Nicolotti pescadori, nativi della comunità di San Nicolò e di San Raffaele; a quel punto i diversi pretendenti al gastaldato - riuniti in sacrestia - facevano il loro ingresso a turno in chiesa e dal pulpito pronunciavano un discorso elettorale con quale accattivarsi i favori degli elettori.
Una volta eletto, il nuovo Gastaldo Grande raggiungeva l'altare maggiore, dove teneva un pubblico giuramento davanti all'assemblea pronunciando queste parole: Noi, Dei gratia (per grazia di Dio) Gastaldo Grando di san nicolò e San Raffaele, giuro su questo altare et sugli sacri Evangeli di amministrare senza frode et con bona fede il gastaldato. Il Te Deum concludeva la cerimonia, dopo la quale il neo eletto usciva tra lo squillare delle campane e l'acclamazione della folla.
Il giorno successivo, bardato per la prima volta di quello scarlatto che ne avrebbe connotato l'abbigliamento per il resto della vita nei momenti ufficiali, il doge dei Nicolotti si recava a Palazzo Ducale seguendo un cerimoniale simbolico, andando a ricevere l'abbraccio del vero doge, capo assoluto della città.
Vincenzo Manestra Dabalà - l'ultimo dei dogi nicolotti - fu nominato nel 1794, tre anni prima della caduta della Serenissima. Una volta dissolto lo Stato veneziano perdette ovviamente la nomina, ma divenne membro della municipalità provvisoria istituita il 16 maggio 1797. Morì nel 1830 e sopravvisse a Ludovico Manin, l'ultimo doge della Serenissima, per ben 28 anni. Ancora oggi, in campo di San Nicolò dei Mendicoli, su un cippo ben visibile accanto alla chiesa, un'iscrizione del 1876 ricorda perennemente le grazie e i privilegi che la Repubblica ai Nicolotti e al doge loro largiva.

Ultimo aggiornamento: 16:22 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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