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Tiziano, il cadorino che firmò la Venezia del 500

Lunedì 1 Agosto 2022 di Alberto Toso Fei
Tiziano ritratto da Matteo Bergamelli

Qui Giace il Gran Tiziano de' Vecelli / Emulator de' Zeusi e degli Apelli. Tutto ciò che rimane di Tiziano Vecellio, l'uomo che segnò più di ogni altro la pittura veneziana del Cinquecento, si può riassumere in questa breve rima che compare incisa su una pietra del pavimento della chiesa dei Frari, sotto la quale però nel corso dell'Ottocento - dopo l'edificazione della grande tomba che oggi ha funzione di cenotafio, nella chiesa - non fu rinvenuto nulla. Un piccolo mistero, forse l'unico, sulla vita di uno dei grandi maestri della pittura del quale conosciamo molto, che morì di peste il 27 agosto 1576 (un mese dopo il figlio prediletto Orazio) e al quale fu risparmiata la fossa comune.
Tutto ciò che rimane dei suoi resti, ovviamente. Perché il retaggio artistico e culturale, e le numerosissime opere di quest'uomo dalla mente geniale e dalla mano feconda è ammirabile in ciò che l'arte ha prodotto nei secoli successivi, e in ciò che è esposto nei musei del mondo e in quelli veneziani, nonché nelle chiese della città. A cominciare dall'Assunta, dipinta proprio per la chiesa dei Frari da un Tiziano trentenne; fu lo stesso pittore, sentendosi vicino alla morte, a esprimere il desiderio di essere sepolto nella cappella del Crocifisso di quella chiesa. Se Venezia ne vide la gloria, il declino e la morte, la nascita invece, come spesso accaduto nella storia della Serenissima, per quanto riguarda grandi e grandissimi veneziani, era avvenuta altrove.


Tiziano vide la luce a Pieve di Cadore, nel Bellunese, presumibilmente tra il 1480 e il 1485 (la data esatta è l'altro piccolo mistero sulla vita del pittore) da Gregorio Vecellio, consigliere e capitano delle milizie, e Lucia, una giovane ragazza ampezzana che morì molto giovane.
Secondo la sua agiografia - che sfocia nella leggenda - iniziò a manifestare il suo talento quando era ancora un bambino: pur non avendo compiuto nessuno studio specifico, effigiò sul muro di casa una Madonna, colorandola col succo ottenuto da erbe e fiori. Un'opera che destò uno stupore tale da indurre il padre a mandarlo ancora giovanissimo a Venezia, col figlio maggiore Francesco, a casa del fratello Antonio. Tiziano fu messo a bottega da Gentile Bellini, in quel momento pittore ufficiale della Serenissima, passando poi a collaborare con suo fratello Giovanni. Erano i primissimi anni del Cinquecento.
Ma al giovane Vecellio fu di lì a poco riservata un'altra collaborazione, che ne segnò fortemente lo stile e la filosofia di rappresentazione: quella con Giorgione. Con il grande pittore di Castelfranco Tiziano affrescò il lato interno del Fontego dei Tedeschi, ricostruito dopo l'incendio del 1505, essendosi il maestro riservato la facciata sul Canal Grande.
Difficile stilare una lista, anche sommaria, delle opere realizzate da Tiziano nella sua lunghissima carriera. Fu certamente un riformatore nell'uso del colore ma anche un imprenditore di se stesso molto accorto e abile. Mise in piedi una sua bottega e presto riuscì ad assicurarsi i lavori migliori, grazie a entrambi i suoi talenti. La nomina a pittore ufficiale della Serenissima, nel 1571, ne fece decollare definitivamente la carriera. Assieme a quelli derivanti dalla pittura, che non erano certo pochi (Tiziano è valutato come l'artista più ricco della sua epoca), la sua abilità imprenditoriale gli consentì di gestire un redditizio traffico di legname con il natìo Cadore.
Nel 1525 sposò Cecilia Soldani, una ragazza di Feltre che gli aveva già dato i figli Pomponio e Orazio, e che morì cinque anni più tardi dando alla luce la figlia Lavinia. Dopo una breve battuta d'arresto dovuta al lutto (Tiziano non si risposò mai più) assieme ai lavori destinati all'esportazione prodotti dalla sua bottega di San Samuele, affacciata sul Canal Grande, il pittore intraprese dei soggiorni di lavoro a Mantova, a Urbino e a Roma, presso la corte di Paolo III Farnese. L'imperatore Carlo V lo creò conte palatino. Vecchissimo ma ancora in attività, fu ucciso ultranovantenne dalla peste col figlio e discepolo Orazio nel 1576. Il primogenito Pomponio dilapidò in breve ogni avere. I suoi resti scomparvero probabilmente durante lavori avvenuti ai Frari nel 1672. Ci rimane la sua pittura.


 

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