Tenere pulita la città di Venezia: una sfida quotidiana. In un anno denunciati 500 furbetti dei rifiuti

Lunedì 20 Settembre 2021 di Edoardo Pittalis
Tenere pulita la città di Venezia: una sfida quotidiana. In un anno denunciati 500 furbetti dei rifiuti
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Razzini è a capo di Veritas, che gestisce i rifiuti e l'acqua nell'area metropolitana. «Qui ogni anno si producono 550.000 tonnellate di spazzatura e gli ecofurbi ci costano 1,5 milioni. L'ambiente non è una risorsa rigenerabile, ma sul riciclaggio obiettivi raggiunti».

 

VENEZIA - Ogni mattina ogni abitante della città metropolitana di Venezia getta nel cassonetto due chili di rifiuti. Non importa se ha un anno o cento anni, se abita su un rio veneziano o nella grande città vicina alle fabbriche o nella periferia metropolitana attraversata dal Piave o dal Brenta o vicino a un campo coltivato a soia o mais. Produce decisamente più rifiuti di un italiano medio. Ogni giorno un metropolitano veneziano fa la sua raccolta differenziata, distingue tra scarti di cibo, plastica, vetro, carta. Resta un problema: la legislazione dell'ambiente fa finta che il turismo non esista e fa sparire mezzo milione di presenze giornaliere. Sono tanti anche coloro che scambiano la strada per discarica abusiva e abbandonano vasche da bagno, closet, vecchi televisori, frigoriferi, mobili, computer. In un anno sono stati identificati e denunciati quasi 500 evasori dei rifiuti: «Togliere quelle cose abusive alla fine di un anno costa un milione e mezzo di euro». A raccogliere e smaltire i rifiuti pensa la Veritas, acronimo che sta per Veneziana Energia Risorse Idriche Territori Ambiente Servizi. Garantisce due servizi pubblici essenziali: l'acqua e la raccolta dei rifiuti. La si può definire una grande azienda operaia, soltanto 800 tecnici su tremila dipendenti. Operai che nel tempo hanno cambiato nome: da spazzino a netturbino a operatore ecologico. Il fatturato supera i 400 milioni di euro. Serve 800.000 persone che producono più rifiuti dell'intera regione Friuli Venezia Giulia che di abitanti ne ha un milione e mezzo. Al vertice della Veritas siede un milanese, nipote di emigrati bellunesi arrivati nella capitale del Nord prima del boom economico. Andrea Razzini, 65 anni, da trenta risiede a Mestre. 


Come era la Milano della sua adolescenza? 
«Quella Milano è legata al rumore delle sirene della Polizia, un rumore che mi fa ancora girare la testa. La mia generazione non ha partecipato al grande sabba degli anni 80, l'edonismo reaganiano noi l'abbiamo visto in tv; io non partecipai anche per censo: per la Milano da bere bisognava essere ricchi». 


Quando è arrivato a Venezia? 
«Il primo contatto è stato nel 1992, quando sono venuto a lavorare per organizzare una fiera delle tecnologie del mare a San Basilio. Sono tornato perché, nel frattempo, erano state accolte alcune proposte del Comune riguardanti il Parco di San Giuliano e la riconversione di alcune aree di Porto Marghera. Mi occupavo di gestione aziendale, al tempo della prima giunta Cacciari lavoravo con l'assessore Gabriele Zanetto, professore di Ca' Foscari. Era il momento in cui l'alluminio chiudeva, la chimica entrava nella crisi più grossa, nasceva l'autorità portuale e chiudeva il Provveditorato e fui scelto come segretario generale dell'autorità portuale. Per un periodo sono stato a Roma al ministero dei Trasporti, mi occupavo di autostrade del mare per conto del governo Berlusconi. Sono tornato nel 2006, sempre con Cacciari, come vicedirettore della Vesta che allora era il nome della Veritas e non se la passava tanto bene». 


Qual è oggi lo spazio della Veritas? 
«Lavoriamo su un ambito definito geograficamente: garantiamo l'acqua a 26 Comuni, l'igiene urbana a 51, tutti quelli della città metropolitana più Mogliano. Abbiamo 45 Comuni per l'ambiente, 26 per il problema idrico, compresi sette in provincia di Treviso. Qui si producono 550mila tonnellate di rifiuti l'anno e si consumano 120 milioni di metri cubi d'acqua. Abbiamo impianti a San Donà e Jesolo, a Chioggia, Cavallino, Lido; poi a Campalto che copre Mestre nord e a Porto Marghera che serve Mestre sud e tutta la Riviera del Brenta». 


Viviamo davvero in un mare di rifiuti? 
«I liquami sono tutti trattati, nell'ambiente finisce solo l'acqua pulita: gli inquinanti diventano fango, qualcosa come 45mila tonnellate e questo diventa un problema sempre più grande perché l'agricoltura non lo vuole più per il sospetto di contenere inquinante. Nell'ambiente troviamo disperso di tutto, anche gli antibiotici contro i quali non esiste un rimedio. I nostri fanghi ora tornano in discarica, ma sarebbe meglio trovare la soluzione della valorizzazione energetica come da indicazione della Oms: è una biomassa che può rilasciare energia. Abbiamo avuto il permesso, ma al Tar pendono ricorsi di comitati ambientalisti che sospettano pericolosità. Quanto al riciclaggio, siamo in anticipo: abbiamo già raggiunto gli obiettivi europei fissati per il 2036». 


Come si fa a essere considerati Comuni virtuosi? 
«Venezia è un esempio in Italia. Sono considerati il massimo della virtù quei Comuni che fanno due cose bene: differenziata e ridurre la produzione dei rifiuti. Sono i Comuni ricicloni e saranno premiati Mira e San Donà e anche quelli più piccoli come Campagna Lupia, Fossalta, Meolo. Storicamente il comune più virtuoso della nostra provincia è Ceggia. La risorsa ambientale non è una cosa rigenerabile, costa molto; quando hai danneggiato l'ambiente non riesci più a rigenerarlo. Può costarci cambi di abitudini, bollette elevatissime. O si provvede o per decenni l'unica attività sarà discutere come si farà a rimediare». 


Come siete visti dalla popolazione? 
«Negli anni si è investito nella formazione del personale, ma scontiamo il pregiudizio che c'è sulle aziende pubbliche. Quindici anni fa abbiamo fatto una campagna fotografica per mostrarci al lavoro e alcuni operai ricorsero all'avvocato perché non volevano essere fotografati: si vergognavano nel lavoro che facevano. Questo ci ha fatto riflettere: se ci si vergogna vuol dire che non si viene al lavoro volentieri. Oggi disponiamo di 300 operatori ecologici solo a Venezia che è particolare e dove la raccolta avviene con le barche. L'anno scorso è stato difficile con la pandemia e con la necessità di non interrompere i servizi pubblici. Una sfida accompagnata dalla tutela del personale: un solo dipendente si è rifiutato di indossare la mascherina e siamo finiti davanti al Tribunale che ci ha dato ragione». 


Si è più corso il rischio del disastro come la notte del concerto dei Pink Floyd nel 1989? 
«Dei vecchi dipendenti di allora non è rimasto nessuno, abbiamo le fotografie dei giornali che ci ricordano cosa è accaduto e che cosa si sarebbe dovuto e potuto fare per evitarlo. Non si era calcolato l'impatto ambientale di oltre 200mila persone assiepate sulle rive per il concerto. Negli anni buoni Venezia ha 83 eventi pubblici all'anno, ogni evento significa dover pulire bene e in fretta per restituire la città alla gente. Per non parlare del Carnevale, si entra al lavoro a mezzanotte e alle sei del mattino la città deve essere totalmente pulita. Ma ci capita anche di dover intervenire per cose meno traumatiche. Una volta c'era Napolitano a Venezia, conoscevamo il tragitto, dovevamo controllare che tutto fosse in ordine anche sotto il profilo della pulizia. Era già arrivato in Piazza San Marco quando ci avvertono: Ci sono le televisioni. La risposta fu scontata: Per forza c'è il Presidente. E quello: Sì, ma non parlo della tv, proprio di televisioni, due belle grandi appena buttate in bocca di piazza. E via di corsa per portare via quello che era stato abbandonato da persone incivili. Per l'acqua alta del novembre 2019 c'è stato il problema enorme di proteggere i rifiuti e mettere al riparo le passerelle, se le lasci andare le ritrovi in Croazia».

Ultimo aggiornamento: 17:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA