Pino Donaggio, i suoi 80 anni e l'amicizia con Mina: «Sono un antidivo preferisco Burano a Hollywood»

Giovedì 18 Novembre 2021 di Vittorio Pierobon
Pino Donaggio, 80 anni
2

VENEZIA  - Ottanta, il numero magico. Ottanta, gli anni che compirà il 24 novembre. Ottanta, i milioni di copie vendute di Io che non vivo (senza te) nelle oltre 330 incisioni e cover in tutto il mondo. «Piano, confermo gli 80 anni che compirò il 24 novembre, ma le copie vendute di Io che non vivo sono molte di più. Ho smesso di contarle quando siamo arrivati a 80 milioni, un po' di anni fa, ma nel frattempo ci sono state numerose altre incisioni, tra cui quelle di Gianna Nannini e Claudio Baglioni».
Pino Donaggio siede sul divano del suo fantastico studio sul Canal Grande, tra Ca' Dario e la Fondazione Guggenheim, circondato da dischi, cd, computer, strumenti musicali, tra cui un pianoforte dove prova i brani che compone. In un angolo i premi vinti, tra cui il Tenco alla carriera, e il Nino Rota ricevuto due mesi fa. «Quando diventi vecchio cominciano a premiarti», scherza.
 

Donaggio, le sue canzoni e le sue musiche hanno girato e girano il mondo, ma lei non si è mai allontanato da Venezia.
«Sono legatissimo a questa città. Io adoro l'acqua. Da bambino mi piaceva stare sotto la pioggia. Qui trovo l'ispirazione per le mie musiche, quasi tutte sono nate a Venezia. Io sono dentro la città, abito lungo il canale di Cannaregio, uno dei posti più popolari di Venezia. E io mi sento a mio agio. L'altro giorno sono stato ospite di un programma Rai, mi hanno fatto una lunga intervista. C'è stato un passaparola tra la gente di Cannaregio, erano tutti davanti alla televisione. Una signora mi ha fermato per strada e mi ha detto che è orgogliosa che io sia uno di loro. Per me questo vale più di un premio vinto».

Ma per un artista vivere a Venezia può essere penalizzante, è fuori dai salotti che contano.
«Questo vale per il cinema. Lino Toffolo, che aveva scelto di restare a Murano, sicuramente ha pagato in termini di carriera l'essere lontano da Roma, dai cenacoli del cinema. Per me è stato diverso, semmai Venezia favorisce l'ispirazione. Dopo il grande successo di Come sinfonia avevo pensato di trasferirmi, ma poi mi sono detto, ormai mi conoscono, se mi vogliono sono qui».

Toffolo è nato a Murano, lei a Burano, le due isole di Venezia forse più famose.
«Ma c'è una differenza, Lino ha sempre vissuto a Murano, io a Burano ci sono solo nato. All'epoca si nasceva in casa della madre e i miei nonni erano di Burano. Lui faceva il pescatore, aveva una decina di barche. Ricordo quando mi portava a pescare passarini con le mani. Che felicità».

Un look da bravo ragazzo, spesso sul palco in giacca e cravatta, una famiglia normale, moglie (Rita da 55 anni) e due figli. Decisamente un'eccezione nel mondo dello spettacolo. La definizione di antidivo, le va bene?
«Perfetto, è esattamente quello che sono. Non ho mai cercato di essere sopra le righe. La famiglia per me è importantissima e mia moglie ha avuto molta parte nel mio successo. Io che non vivo è dedicata a lei. Pensi che il giorno del compleanno, volevano organizzare una serata in mio onore al teatro Rossini per presentare l'autobiografia che ho scritto con Anton Giulio Mancino, Come sinfonia edita da Baldini e Castoldi. Io ho chiesto di anticiparla al 23, perché il giorno del compleanno voglio stare con la famiglia e i tre nipoti».

Però quando è entrato nel giro dei film americani ha dovuto frequentare i grandi party Usa. C'è una foto che la ritrae con Steven Spielberg e Brian De Palma, alla festa di compleanno di quest'ultimo in una villa hollywoodiana.
«Certo, ho dovuto esserci, mi aveva invitato Brian, ma sono scappato presto. Mi sentivo fuori posto, ho preso un taxi e sono tornato in albergo. È un mondo esagerato. Sesso, droga, alcol».

In quei mondi la droga è molto diffusa?
«Ma sa quante volte mi hanno offerto droga? Mi dicevano che si componeva meglio. Non ne ho mai voluto sapere. Non fumo nemmeno. Al massimo un bicer de vin».

Veniamo alla sua carriera, divisa nettamente in due fasi. Fino al 1973 cantante di successo, poi compositore con altrettanto successo.
«In realtà io volevo fare il violinista, era quella la mia vera passione. Ho studiato al Conservatorio Benedetto Marcello e poi a Giuseppe Verdi di Milano. Ero molto promettente, direi davvero bravo. Ho suonato con i Solisti Veneti del maestro Scimone, La musica leggera è arrivata un po' per caso, come molte altre cose nella mia carriera. La mia è una famiglia di musicisti, mio padre aveva un'orchestra e per 12 anni ha suonato al Cristallo di Mestre (il Piper dei veneziani ndr) di Severino Carraro, dove c'era anche Sergio Endrigo. Una volta ho provato, quasi per gioco, a cantare e gli applausi sono stati scroscianti. Papà, che voleva facessi il violinista, mi ha detto: non ti montare la testa, battono le mani perché sei mio figlio».

Veniamo a Sanremo, lei ha esordito quasi per caso con Come sinfonia. La canzone doveva essere interpretata da Mina.
«È vero. Mina all'ultimo cambiò idea, salvo inciderla successivamente. Così mi trovai catapultato sul palco di Sanremo. Ero in coppia con Teddy Reno. Non vincemmo, però la canzone arrivò prima in classifica. E la mia vita cambiò».

Ha mantenuto rapporti con Mina?
«Certo. Quando ha compiuto sessant'anni le ho mandato un mazzo di fiori. Lei mi ha telefonato per ringraziarmi. E io le ho ripetuto il mio ringraziamento per aver fatto il mio nome a Radaelli, il patron di Sanremo, per sostituirla. Lei mi ha risposto: sai che non mi ricordo».

Da quel momento anni di grande successo. Nel 1965 presenta a Sanremo Io che non vivo (senza te). Giunge solo settimo, ma sarà un successo planetario. È l'unica canzone italiana inserita tra le 500 più belle di tutti i tempi. Assieme a Volare e Quando quando è tra le tre canzoni italiane più note del mondo. Aveva capito che era la canzone giusta?
«No, per me tutte le canzoni sono belle. È un po' come con i figli. Quando l'ho composta la casa discografica mi aveva detto di ritoccarla, non erano convinti. Io l'ho studiata per una settimana, poi sono tornato a Milano e ho detto: la canzone è questa e non si tocca».

Ma la consacrazione quando è avvenuta?
«Quando mi ha chiamato al telefono Elvis Presley e mi ha chiesto il permesso di inciderla. Ricordo che mi sono venuti i brividi, una grande emozione».

Anche la carriera di compositore di musiche da film è cominciata un po' per caso.
«Sì, mi hanno proposto di fare a colonna sonora per Venezia... un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg. Ero in vaporetto, al ritorno da una serata, era l'alba, e mi ha fermato un certo Mariotti, che faceva parte della produzione del film. Dopo qualche giorno abbiamo raggiunto l'accordo. E ho vinto il premio per la migliore colonna sonora dell'anno. Dietro di me c'era Paul McCartney».

Da allora, solo colonne sonore. E il sodalizio con Brian De Palma.
«Brian mi ha chiamato per realizzare le musiche di Carrie. Ricordo che la notte prima di andare da lui con la colonna sonora non ho dormito. Lui è stato entusiasta, mi ha detto: sembra un altro film».

E da quella volta non vi siete più lasciati.
«Sì, ho musicato sette film suoi».

Ma quante colonne sonore ha realizzato?
«Circa 250, tra cinema e fiction. Tra cui quelle delle serie di Don Matteo, o film come Non ci resta che piangere con Massimo Troisi e Roberto Benigni».

Con le canzoni ha chiuso?
«Non canto più da almeno 45 anni. Lascio che siano gli altri a cantare le mie canzoni».

Ma Pino Donaggio nei prossimi ottant'anni cosa farà?
«I primi ottanta sono andati molto bene. Intendo continuare a lavorare e comporre. Ho ancora molti film che mi aspettano».
Sempre a Venezia. La sua Casa in cima al mondo è a Cannaregio.
 

Ultimo aggiornamento: 19 Novembre, 15:59 © RIPRODUZIONE RISERVATA