Acqua alta, Pellestrina pensa alla causa collettiva per farsi risarcire i danni

Sabato 29 Febbraio 2020 di Nicola Munaro
Le pompe in azione nei giorni dell acqua alta di novembre


VENEZIA - La notte del 12 novembre l’acqua della laguna, spinta dai venti di scirocco e libeccio, superava il muretto di contenimento che fino a quelle ore aveva sempre difeso l’isola dalle acque alte dal 4 novembre 1966 in poi. In pochi minuti Pellestrina veniva sommersa da un’aqua granda che faticava ad andarsene anche quando ormai la marea si stava ritirando. Quel muretto - scherzo del destino, una delle poche opere complementari del sistema Mose a oggi terminate - da fido alleato si era trasformato in tragico nemico di un personalissimo Armageddon, impedendo all’acqua di defluire e tornare in laguna. Trattenuta come fosse una piscina, l’acqua a Pellestrina restò lì un giorno. Uscendo da ovunque. Inutili le pompe installate a difesa dell’isola. Furono le prime a saltare per via di motori installati troppo bassi.
LA RIUNIONE
Quella notte, che nei fatti non c’è più ma che si è arroccata nell’anima di Pellestrina, torna ora al centro di un incontro in programma venerdì 13 marzo nella sala dell’oratorio Natalino De’ Mutti, al patronato ai Busetti. L’obiettivo della riunione, alla quale hanno già aderito una trentina di famiglie richiamate da un comitato di residenti, è quello di capire cosa poter fare per ottenere un risarcimento dei danni avuti per colpa di quei motori installati troppo bassi, e quindi inutili. Per questo all’incontro parteciperanno anche gli avvocati Augusto Palese e Paolo Vianello
A mettere nero su bianco le intenzioni del comitato, è un volantino affisso in questi giorni tra le calli dell’isola della Laguna Sud. La chiamata è per la «verifica di un’eventuale responsabilità in capo ai soggetti a vario titolo tenuti a rispondere dell’installazione, del funzionamento e della manutenzione degli impianti realizzati a difesa delle acque alte». 
LA RICHIESTA DANNI
Carte alla mano, il gruppo deciderà se dare il via libera agli avvocati per far partire un’azione risarcitoria complessiva - non proprio una class action - che dovrà prevedere anche una serie di consulenze tecniche sull’altezza alla quale sono stati installati i motori e sul loro funzionamento in caso di emergenze. Solo in caso di evidenti mancanze, partirà un primo tentativo di richiesta di risarcimento danni, mentre andrà individuato anche il soggetto istituzionale responsabile sia della posa delle pompe, sia della loro manutenzione attraverso l’accesso agli atti e l’analisi di tutta la documentazione necessaria per comprendere quanto era successo la notte terribile del 12 novembre e della seconda acqua alta di sempre per Venezia e le sue isole.
In pochi giorni Pellestrina, finita in ginocchio con l’alta marea, si era rialzata aiutata dalle pompe e dai moduli elettrici dei vigili del fuoco arrivati sull’isola con delle chiatte, in tutta fretta, per riversare l’acqua dalle calli in laguna, dando l’accelerata decisiva. Anche se gran parte dei suoi abitanti erano stati costretti a buttare elettrodomestici e mobili, tutti accatastati in ordine sulla riva davanti alla laguna. Per una notte che era costata a Pellestrina anche l’unica vittima dell’aqua granda: Giannino Scarpa, muratore in pensione di 77 anni morto folgorato mentre cercava di mettere in salvo un frigorifero della sua casa invasa dall’acqua.
A Pellestrina era arrivato anche il premier Giuseppe Conte. La prima cosa che gli era stata mostrata? Le idrovore in panne. Le stesse sulle quali ora incombe una causa.

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