Moni Ovadia racconta il divino e l'esilio: "Ma molti Comuni non mi chiamano"

Moni Ovadia

di Gianpaolo Bonzio

MESTRE E’ un riso amaro quello che nasce dallo spettacolo di Moni Ovadia. 
Le riflessioni che danno sostanza alla sua proposta, pur basate su tante interessanti scene bibliche e sulla storia dell’ebraismo, alla fine abbracciano anche temi contemporanei. Significativa, in tal senso, è l’analisi sulla tendenza contraddittoria dell’uomo a festeggiare il crollo dei muri per poi pensare di erigerne altri di nuovi. Ma anche il ragionamento sul valore dell’esilio non è da meno. 
Sabato, al teatro Corso, Moni Ovadia ha presentato “Dio Ride – Nish Koshe” progetto che, a 25 anni di distanza, trae ispirazione dal suo primo “Oylem Goylem” dove il vecchio ebreo errante Simkha Rabinovich e i suoi compagni di strada propongono nuove storie alla ricerca di un divino ineffabile, tra umorismo e riflessione drammatica. Tra canzoni della tradizione klezmer e l’immancabile ironia sugli ebrei in perenne conflitto con i rabbini.
Si tratta di pagine alla fine molto divertenti che si sovrappongono, poi, all’analisi politica che vede l'attore-cantante duramente criticato per la sua instancabile difesa del popolo palestinese in lotta per un futuro migliore.
E qui, proprio a fine serata, a sorpresa Moni Ovadia è risalito sul palco del teatro Corso per ringraziare gli organizzatori affermando, con evidente amarezza, che diversi Comuni non hanno voluto accogliere lo spettacolo e che molti lo stanno boicottando proprio per queste sue posizioni politiche. «In ogni caso - ci confida alla fine dello spettacolo comunque soddisfatto per la calorosa accoglienza del pubblico - sono un tipo combattivo e vado avanti per la mia strada».
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Domenica 1 Dicembre 2019, 18:06






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